Le signorine.

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Lei, Giovincella classe 56, oliata e ripulita. Splende di luce propria.

L’altra, Kodak scaduta nel 2006, tenuta bene, curata meglio e si vede.

L’amore si vede da lontano, e le due insieme hanno dato il meglio.

Ritirata pellicola ieri, e fortuna che non se la sono persa, ho iniziato a godermi i risultati.

Ikea non è poi così male.

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Andare da Ikea, il noto, anzi stranoto, anzi notissimo centro di arredamento è per molti un’esperienza al limite del centro dentistico sotto casa.

Vedi nel parcheggio scene di mariti che cercano, vanamente, di imporre almeno un limite temporale alla permanenza della propria signora all’interno della struttura, ma si sa, entrare da Ikea è come entrare in un girone dantesco: sai quando inizi, forse sai che esci, ma di certo non sai quando.

E anche per il sottoscritto, la cosa è devastante. Tutte le scuse sono buone, dal gatto – che non ho – che ha bisogno di attenzioni e cure psicologiche, al prato da tagliare – che in questo momento, proprio non ho -, al dirigibile che perde aria ed è da riparare, all’avviso meteo di cavallette giusto intorno le aree parcheggi dei vari Ikea disseminati per la capitale.

Ma ogni tanto, udite, udite, accade il miracolo e la fortuna impone, o meglio, l’abitudine, che almeno una fida macchina fotografica sia con me pronta a intervenire.

Ed è stato il caso di ieri, dove, noncurante delle sirene che richiedevano la mia attenzione circa la bontà di quel tappeto, di quella scatola, di quel materasso, ho adocchiato uno dei tanti casi strani della giornata: una roscia bellamente ribaltata su di un letto in piena meditazione trascendentale.

Ordinatissima, senza neanche poggiare le scarpe, un test del letto approfondito e professionale.

 

Accorcia quella distanza

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Uno dei grandi dilemmi di un fotografo è la distanza da cui riprendere l’immagine.

Si è passati dalle grandi, poi alle medie, poi alle corte, poi alle grandi, in un continuo avanti e indietro per decidere quanto un fotografo debba essere coinvolto anche intimamente in quello che sta facendo.

Per un fotografo non professionista, che non ha uno stile ben definito, che cerca di migliorare se stesso e soprattutto cerca di superare i limiti che piano piano si trova ad affrontare, questa distanza diventa un fattore quantomeno devastante.

Se prima, ci si dilettava a fotografare i panorami, la gente sembrava tanti pupazzetti che si muovevano come le formiche. Sono arrivate poi le feste a casa, con i parenti, dove questi pupazzetti diventavano più grandi, più vicini, ma facevano parte sempre di quella schiera di personaggi a cui, in fondo, la distanza non è cosa importante, semmai, l’importante è riprendere tutti intorno alla tavola imbandita, tutti con i calici, tutti sorridenti.

E passa il tempo, e queste distanze devono necessariamente variare al variare della sensibilità del fotografo. Poi si arriva a un punto difficile da superare, la minima distanza tra colui che scatta e colui che viene scattato. E’ un trauma profondo, richiede, almeno per persone come me, tempo e ragionamento per avanzare anche di pochi centimetri. Non è così semplice, ci si fanno mille pipponi mentali. Migliaia di scatti sfumano prima che la sottile linea venga superata. Tante volte si prova ad allungare la gamba, poi si fanno due passi indietro, almeno per restare in sicurezza.

E ci sono ancora mille particolari: mi deve vedere, quanto mi deve vedere, devo interagire, ma quanto devo interagire e via sempre più sottile.

Poi arriva un giorno, dove forse una molla scatta, un meccanismo inizia a girare, e quella distanza viene azzerata. Vai, scatti, interagisci, gli fai sentire alito e obbiettivo addosso. Scatti vicino e non ti nascondi, anzi, vuoi essere ben presente: chi si becca lo scatto deve essere cosciente o quasi che il fotografo è lì anche per lui.

Sempre più stretto il campo. L’elemento o il soggetto, deve assumere la totalità dell’immagine, deve decontestualizzare lo spazio.  Puoi collocare questo soggetto ovunque, tanto è solo lui e null’altro.

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