Parole Compiute

Mi capita sempre piu’ spesso, anzi, ultimamente un po’ troppo spesso una situazione che trovo difficile da digerire, difficile da capire, impossibile da giustificare.

Spieghiamo: in diversi gruppi di Facebook, sempre piu’ spesso vedo post dove un iscritto a quel gruppo chiede agli altri iscritti di scegliere tra due copie della stessa foto, la versione colore e la versione bianco/nero.

No no, avete capito bene, una persona chiede ad altre persone, se l’immagine scattata e’ meglio a colori o bianco e nero.

E’ come dire  che, mentre faccio un discorso, chiedo alla platea se e’ meglio usare questa parola o l’altra parola. Non mi limito a parlare, chiedo agli altri di scegliere tra due parole frase per frase.

Ora, io immagino le mie fotografie come le parole di un discorso; tutti state li’ a dirmi che si tratta di linguaggio, quindi comunichiamo con questo cappero di linguaggio.  Io scelgo i termini da usare, li organizzo e li espongo. Se poi, voi che ascoltate vi trovate in disaccordo, se ne può discutere, ci si può agitare e far prendere al discorso nuove vie e nuove evoluzioni, oppure, in modo molto democratico, si sfancula l’ascoltatore con l’incipit: io decido la strada da seguire: se ti piace, seguimi, altrimenti quella e’ la latrina!

Gia vedo una bella fetta delle mie immagini in bianco e nero prima ancora di premere il tasto e tali le faccio diventare una volta che le do’ in pasto a fotoschiop. Figuriamoci se vado a chiedere a qualcuno se e’ meglio metterla in un modo piuttosto che in un altro. Manco sotto tortura.

Trovo una richiesta del genere profondamente immatura, dove l’immagine non e’ piu’ espressione del proprio sentire, quanto giocattolo da scambiare con altri fino all’arrivo del prossimo giocattolo che avverrà di li’ a pochi minuti, senza un sentire lineare, personale, intimo.

Alla fine che cosa ho comunicato a coloro da cui mi aspetto i like? non ho neanche scelto con che livrea presentare l’immagine; mi viene da pensare che non ci sia molto da dire e anche il proponente, gia’ a corto di suo, cerca appiglio per tirare fuori un po’ di senso da quello scatto.

Posso scegliere di passare a colori se ritengo che la storia si trasmetta meglio rispetto al bianco e nero; posso scegliere colori tenui, colori saturi, chiave alta, chiave bassa, bianco e nero forte, tenue, rumoroso, limpido, insomma, io scelgo le parole, la sintassi, la struttura. Magari, una volta fatta la prima bozza chiedo consiglio, anche se poi’ sempre io decido la strada da prendere, ma non chiedo ad altri di scegliere cosa e come parlare; lo considero semplicemente follia.

 

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Piano A o piano B

E’ venerdi’, uno di quei venerdi’ dove l’unico profondo desiderio e’ andarsene. La settimana e’ finita, un ultimo giro di treno e inizia il weekend e da buon pendolare concediamoci un ultimo amplesso con la nostra amata stazione Termini, un ultimo valtzer prima del fine settimana.

Amante delle palestre (!) come io sono, una sana camminata verso le laziali mi da modo di rendere felice il contapassi, poi, godere del bel panorama che solo la stazione offre e infine prendere anche l’opportunita’ di scegliere con quale treno tornare.

Ecco, su quest’ultimo passaggio ci sarebbe tanto da dire: Sintetizzo chepreferisco sempre il secondo treno, se i tempi non sono troppo larghi ed evitare tutto il pollame ammassato nel primo che pur di risparmiare un quarto d’ora preferisce ammassarsi tipo allevamento intensivo. Come dice il mio maestro zen: Cazzi Loro se je va de sta’ in piedi col naso nell’ascella del sudaticcio di turno.

Ormai i tempi sono calcolati, e il treno che voglio e’ li’ che mi aspetta, solo soletto, con due gatti a bordo e un topo fuori, massima liberta’ di scelta del posto che manco sui FrecciaRossa. Non c’e’ il wifi, ma non ce ne preoccupiamo.

Si Parte! Un minutino di ritardo, vabbe’ non fa testo.

Superiamo la prima stazione, ok, tutto regolare. Sale qualche altro gatto. Il bestiame e’ salito su quello passato prima.

Secondo, Ostiense. Il treno si ferma, strano, e’ una stazione solitamente affollata, treni che vengono e che vangano in continuazione… tutto stranamente silenzioso, non si vede manco un pezzo di ferro in transito. Qualcosa non quadra. Qualcosa non quadra, me lo ripeto, qualcosa non quadra.

10, 20, 30 minuti, non ci si muove. Si scuoce la pasta, quello davanti a me decide di cambiare poltrona, poi torna, poi ricambia, poi sparisce. Il treno e’ grande, trova un po’ di pace, grazie, che io allungo le gambe.

Partono le solite litanie dei meglio informati che a suon di maledizioni contro tutti e tutto, guardandoti con la speranza di ottenere uno  uno sguardo accondiscendente, vogliono far pesare la loro giusta e sacrosanta ragione… ma siccome di chi blatera e basta me ne strafotto allegramente, di solito lo sguardo ch offro fa cambiare immediatamente direzione alla controparte.

E il treno non si muove. Fermo e inchiodato. Porte che si aprono e si chiudono in continuazione. Gente che sale, gente che scende, santi che vanno, santi che vengono, tanti ne sono tirati giu’!

Tra messaggi smozzicati, internet e la centrale comunicazioni conosciuta anche col nome di Gabriella che tutto sa e tutto vede, scopriamo che causa principio d’incendio, a Termini, i treni sono tutti fermi, non si muove una ceppa, non va una mazza.

Attendiamo, magari la fortuna ci potrebbe assistere.

Alle 20 (siamo gia’ un’ora da quando siamo partiti e teoricamente dovevamo essere gia’ a casa), ancora si cerca di dare un senso a cio’ che il destino ha riservato alle nostre chiappe e alla nostra salute mentale. FB, WU, IG, tutti i social sono la nostra compagnia… tanto , non e’ che ci siamo molto di piu’ da fare!

20.15: si parte col piano B. Se il treno non va, troviamo un trasporto alternativo. Scendo dal treno, piglio la metro e torno a Termini, destinazione ufficio. Pochi in giro, ormai sono scappati tutti. Ci sarebbe anche il piano C, il piano D e anche il piano E…. ma richiedono interventi divini, quindi lasciamo perdere.

Non voglio mancare allo spettacolo delle banchine stracolme di persone in attesa di un miracolo e salgo a dare un’occhiata. Gente ovunque, sopra sotto di traverso.

 

Treni fermi, pannelli spenti, gente ammucchiata ovunque, quasi a dire: Ah, ma la festa e’ qui? mi potevate chiamare! Mai qualcuno che ricordi il tuo numero di telefono quando serve.

 

Andiamo a prendere il tram va, colpo di fortuna: tram mezzo vuoto (ti credo, tutti in stazione stanno).

Ormai sto’ tram e’ quasi la mia seconda, terza casa…. Il treno, la mia prima casa. Chissa’ se me la daranno mai la residenza on-board.

Via verso l’ufficio. Si piglia una carriola di servizio e ci si avvia. La Paaaaaaanda!

 

Ah, e tutto poteva finire bene? maddai? Manca la ciliegina sulla torta: Roma Fiumicino mezza chiusa causa verifica caduta calcinacci da un arco. Ulteriore fila e ulteriore calendario bruciato. Abbiamo ancora le comunicazioni. Possiamo esprimere il nostro personale pensiero parlando in tono libero e poetico con gli amici.

 

 

Una luce si accende nella mia crapa: se la mogliettina dice di avermi preparato qualcosa di buono e non vede l’ora di farmelo assaggiare, e il destino si sta impegnando in tutti i modi per non farmi arrivare a casa, solo una cosa puo’ significare: La signora vuole farmi fuori, il destino a detto che non e’ il momento! Vediamo chi vince.

Ultimo step: fermiamoci al distributore, che sto’ guidando con la testa fuori dal finestrino tanto il parabrezza e’ zozzo e manca l’acqua nei tergivetro.

Nient’altro?

Ah, si potrebbe piovere, o potrei essere colpito da un raggio tachionico sparato da un’astronava causa amplesso marziano sul quadro di comando della baracca stessa.

Nota a margine: in autostrada, a pochi chilometri da casa vedo che i treni sono ripartiti… potevo attendere anziche’ inventarmi tutta sta storia, no?

morale della favola:

partenza 7.56, arrivo 22 e passa. tempo originale previsto: 45 minuti, tempo effettivo 2 ore e passa. Seppofa’.

Ma siamo pendolari!

E poi, un bel Ma sti cazzi e sorridi!

ps… La signora non voleva farmi fuori, tutt’altro, ha preparato una cenetta deliziosa.

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