L’Italia in seconda classe

Ci mancava il Rumiz a rimestare nella mia cassapanca incasinata con il suo ‘L’Italia in seconda classe’.

Letto in pochissime ore, quasi divorato, azzannato, fagocitato. Il pasto e’ piacevole, veloce, si mastica bene e’ lascia ottimi sapori in bocca. Una piccola perla, che vale assolutamente la pena di prendere.

Un giro per l’Italia fatto in treno, non quello superlusso, ipermoderno, ipertecnologico ma quello fatto di macchine diesel, a carbone, di sano acciaio, che viaggiano piu’ per la volonta’ del personale addetto che per bonta’ del materiale rotabile. Sono macchine che hanno un’anima, che riconosci da chilometri. Hanno personalita’. Strano, tutto cio’ che e’ moderno spesso non ha personalita’, e’ anonimo. Se per un po’ non lo vedi non ne senti la mancanza. Perche’ tutto diventa invisibile, noioso, piatto?

E riga dopo riga, pagina dopo pagina spunta un nome noto, piu’ che noto, un nome che ha aperto uno dei tanti faldoni del mio archivio: Linea Faentina. Colpo di fulmine tanto da aver costretto un gruppo di amici a fare una cosa che probabilmente non avrebbero ma fatto in tutta la loro vita. Chissa’ quante maledizioni sono state inviate?

La Faentina e’ una linea ferroviaria, una linea storica che arriva a noi dall’1800. Una sferzata di traversine e ferro che taglia in due l’italia, che collega Firenze con Faenza che toglie il sigillo a luoghi misteriosi e meravigliosi. Una tratta che ha visto morire paese dopo paese travolto da quel falso modernismo che troppo spesso si e’ rivelato falso e traditore.

Io ho avuto l’onore di percorrerla  nel 2005 a bordo di un coso fumante chiamato 668. Una macchina diesel dai preoccupanti rumori in viaggio.

Al di la’ della sudata e delle madonne invocate e buttate di peso dai finestrini, di tutti i santi nominati piu’ volte tra fiumi di sudore e attese senza fine, un percorso incredibile, che ancora riemerge nella mente di uno che come me ama il treno senza se e senza ma.

Ho ancora il ricordo dello sferragliare del locomotore misto alla puzza di olio bruciato e meccaniche al limite. La fatica nel fare il tratto piu’ alto, la quasi impossibilita’ di superare il passo per scendere a Brisighella. I latrati preoccupanti delle meccaniche. I tempi di attesa della coincidenza seduti sul marciapiede di una stazione chiusa dispersa in mezzo al nulla piu’ assoluto osservati da mille fantasmi di tempi andati. Pensieri persi nei boschi di montagne ormai abbandonate e sole ricordate solo da pochi temerari che amano questi territori rari.

Eppure, uno spirito agitato  mi accompagnava, la voglia di conoscere,  il desiderio di sperimentare sensazioni, la necessita’ di cogliere particolari assoluti. Mi ha tenuto compagnia, mi ha spinto, mi ha costretto a cercare cose che molti non vedevano. E quelle cose sono dentro di me, mi accompagnano sempre piu’ di tante inutilita’ attuali.

 

 

Eppure questo incredibile ammasso di ruggine mi ha portato, ci ha portati e riportati. Non ho piu’ sentito parlare di quella linea, ma dentro, regolarmente mi si apre un passaggio a livello che riversa nella mia mente quei momenti ormai lontani.

E forse e’ il segnale che qualcosa deve ripartire…

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