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Cambio di rotta

Ho dato via tutta la roba reflex. ANATEMA!

Tranne una Nikon D750 che ho tenuto per le cose più tecniche e un paio di macchine sempre reflex ma analogiche, il resto è stato ceduto e sparso ovunque, da Trieste alla Sicilia.

A parte le macchine 6×6 e trappole varie di epoche passate, ora la quotidianità è una Sony A6000 apsc con ottica 16 mm nemmeno blasonata oltre a un ovetto Olympus caricato con una pellicola in bianco e nero.

Avevo perso la voglia di fare foto, totalmente.

Troppi tecnicismi, troppo peso da portare con me, troppa roba che copriva il vero piacere.

La Sony me la tengo in tasca o al massimo nella borsa. Leggera e pratica. L’ovetto uguale, piccolo e pratico: apri il coperchio e scatti.

Ora click come se non ci fosse un domani, con la gioia di un bambino che si trova tra le mani il giocattolo tanto desiderato. Soprattutto, avendo una madre che ha superato gli 80 e che nonostante tutto ha affrontato mille acciacchi con la grinta di una marchigiana, ho iniziato a scattarle foto a ogni occasione.

Con i piedi per terra, un giorno resteranno solo quelle foto.

Saranno gli unici appigli. Avranno il compito di risvegliare tutti quei momenti che non si potranno ripetere.

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San Luca

San Luca, l’inizio dell’avventura.

La salita infinita dal centro di Bologna sotto gli archi secolari.

L’addetto al timbro delle credenziali che non la smetteva mai di stare al telefono.

Tra poco inizia il bosco. Si sta per iniziare sul serio.

Da una parte la città, dall’altra tanti chilometri da macinare.

Io e tanti altri.

Dubbi, certezze, si parte.

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Germogli

Ebbene sì. Pure io ho avuto il dono.

Prima delle piccole escrescenze sulla testa. Delle piccole antenne, sempre in numero dispari, con una specie di piccola pallina all’estremità.

La voce poi è iniziata a cambiare, dapprima stridula poi cavernosa poi di nuovo stridula poi ancora più cavernosa. Impossibile da prevedere: magari mi svegliavo con la voce normale, all’ora di pranzo una specie di oca strozza e alle cinque sembravo un cantante tenore. Non riuscivo mai a capire con che voce sarei apparso da lì a venti minuti.

Via i sapori: prima come la sensazione che mancasse qualche cosa, una spezia, un pizzico in più di sale; poi, dramma, mangiavi un panino al prosciutto ed eri sicuro di aver mangiato un risotto alla pescatora; mettevi in bocca delle cozze marinate ed eri convinto di star mangiando un BigMac. Bevevi birra ed eri convinto di inebriare le papille con del Cabernet d’annata. Gran casino davvero. Ho in frigo due bottiglie di antigelo avanzate.

Il top è arrivato quando gli arti hanno iniziato a mettere su le foglie, nemmeno fossimo in primavera. Dico davvero, foglioline di un bel verde vivace: all’inizio piccole gemme che sembrava uno sfogo, poi via via più grosse fino a trasformarsi in vero e proprio fogliame, non troppo fitto ma decisamente presente. Passavi due ore in giardino e difficilmente ti salvavi da qualche coppia di passerotti felice di aver trovato un bell’albero su cui nidificare.

Dieci giorni così, uscendo di casa il meno possibile per evitare cani pronti ad alzare la zampa o zelanti giardinieri comunali pronti a potare qualsiasi ramo fuori posto. Fortuna che a Roma i giardinieri sono più rari dei biglietti da 100 Euro trovati per strada. Non c’è la facevo più soprattutto dopo che una coppia di pappagallini aveva iniziato a giocare tra le fronde sotto l’ascella sinistra.

Poi, una mattina, al risveglio, fine, tutto tornato normale. Pure i passerotti sconsolati osservavano la sparizione del loro nuovo nido. Tutto tornato normale nel giro di una notte.

E ora scriviamo di questo accadimento per non dimenticare e per essere certi che tra qualche anno il ricordo non si tramuti in follia. Soprattutto se sti pappagallini mi facessero la grazia di smettere che vorrei dormire qualche ora. Questo periodo, per noi, corrisponde al letargo.

Che rottura di balle il Covid.

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Mi ha beccato!

Una foto fatta in strada, mi domando, rivolta verso una persona, va fatta con la piena coscienza di questa persona, o va presa cercando di non farsi notare?

Questa è la domanda che mi affligge.

Campo de’ fiori. Mattina. Io arrivo da San Pietro, solita passeggiatina mattutina, quella di una decina di chilometri con zaino e annessi e connessi, direzione ufficio. La piazza, come al solito è piena di gente, operai, banchi, carretti di verdure. Tutti presi a sistemare il mercato, a organizzare i prodotti, a tagliare, capare, ammonticchiare, fare e sistemare.

Arrivo io. Punto una signora, sta capando le puntarelle. Scatto una, due tre foto, cerco di non farmi notare.

Mentre sto’ per andarmene, ecco che sento dire alle mie spalle: “Almeno avresti dovuto chiedere il permesso!”

Mi volto, la voce era la sua.

“Dice a me?”

“Certo, hai scattato e nemmeno mi hai detto Posso?”

E tra di me pensavo: le foto che ho scattato fanno pure abbastanza schifo.

“Mi scuso se l’ho importunata, non volevo, ero affascinato dalla velocità con cui tagliava le puntarelle”.

“Si, fio mio, ma magari si me lo chiedevi, forse davi meno fastidio.”

“Se vuole le cancello, oppure, se me lo permette, gliene vorrei scattare qualcuna, ora che mi ha beccato.”

“Fa’ pure, si proprio te va”.

Ho scattato due foto, una piu’ interessante dell’altro.

La signora prepara quelle puntarelle da quando era giovane. E’ sempre stata ai banchi di verdura. E si vede bene, rispettata da tutti, si muove veloce. Tocca quelle verdure con esperienza e capacità.

Ho capito una cosa: prima di scattare, meglio parlare. Ci sto rimuginando da allora.

Non ha senso rubare la foto, manca metà del senso stesso della foto: l’incontro. Più della metà.

Ora ho fatto stampare quella foto. Una copia la terrò per me, una spero di potergliela portare appena passo a Campo de Fiori.

Il bar/tabaccheria davanti all’ex mattatoio. La proprietaria, la signora Rosa. Lo spazio è presente fin dai primi tempi quando, detto dalla signora, non c’era nemmeno il mattatorio.

Ho raccontato questa storia a Rosa, la signora che qualche settimana fa mi chiese, mentre stavo scattando foto a una tabaccheria storica davanti l’Ex Mattatoio di Roma: “A rega’ chette stai a fotografa’?”. Gliel’ho spiegato. La signora è stata contenta.

Oggi sono passato a salutarla e a prendermi un caffè. Che bel momento. Mezz’ora di conoscenza e pure una foto del suo locale, sincera, semplice. Bella. Altra foto che devo consegnare.

Rubare una foto? meglio fare due chiacchiere e se non posso fare la foto, pazienza, c’ho sempre guadagnato tanto.

Buon Natale Gente.

Mauro.