Il giornalista

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Se dovessi fare il  giornalista, fallirei, affonderei, farei grandi minchiate.

Sto buttando giù la bozza di un evento, un viaggio in notturna all’Aquila.

Mi ritrovo in testa mille idee, mille pensieri ma non vogliono mettersi in in fila. Non vogliono fare quello che dico.

Provo a metterli in ordine, ma sono furbi i ragazzi. Vanno di la, vanno di qua, corrono, fanno rumore, si nascondono, si infilano ovunque e fanno di tutto per non farsi trovare, nessuno di da retta, ti sgoli, urli, sbraiti, niente, non ci sentono.

Allora, devo fare il vago, non li metto su un piedistallo, quasi li ignoro e questi piano piano vengono avanti: fregati! Questi maledetti dispettosi, si mettono in fila da soli, nell’ordine giusto senza quasi dirgli niente se non misere indicazioni.

Ma questo richiede tempo, richiede la giusta fiamma. Se fossi giornalista i tempi sono stabiliti, ma non lo sono; NON SONO UN GIORNALISTA, e quindi scrivo quando mi pare, come mi pare, se mi pare. Non ho scadenze, se non quelle del mio ego. Quando mi va, quando mi sento pronto: pubblico.

L’aquila che torna

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Anni ancora, tanti anni, prima che la storia tragica di questa città si concluda. Eppure, piano piano, sta tornando, a fatica, tra mille contraddizioni, ma di certo ci sta’ provando. L’ultima volta che ho messo piede all’Aquila è stato tanto tempo fa. 2014, occasione un evento di Writers a ricordare le ferite e la rinascita. Da quel giorno sicuramente tante cose sono cambiate, alcune terribili ferite sono state chiuse. La più brutta, il palazzo dello studente, è sparita. Ma tante altre sono ancora aperte, sono evidenti: Dalla piazza principale, alla via maestra, basta girare un angolo e intere vie sono ancora al buio, tra travi di sostegno, calcinacci, cavi volanti e impalcature. Sorvoliamo quelle che mi sembrano fantozziane esagerazioni; chiudiamo un’occhio, anzi tutti e due sulla presenza di costruzioni al mio occhio, un filo faraoniche, quando ancora, una larga fetta del centro storico non ha nemmeno la strada dove passare in sicurezza. E mentre scatto, guardato come un marziano, dove in un mondo di cellulari, sono l’unico con macchina e cavalletto, zaino e borsa, occhio perso davanti a ogni particolare che prende a mazzate la memoria, quando, imbecille e imberbe, venivo all’Aquila, scendendo da casa di Marco a Carapelle per sfogare tutto in una serata alcolica su un letto di arrosticini. L’Aquila che rinasce. Un centro vivace, nonostante il temporale che mi ha preceduto. Tanta gente, tutti in ghingheri per l’uscita del sabato sera. Tanti ghingeri, ma tanto ancora da fare.