L’aquila che torna

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Anni ancora, tanti anni, prima che la storia tragica di questa città si concluda. Eppure, piano piano, sta tornando, a fatica, tra mille contraddizioni, ma di certo ci sta’ provando.

L’ultima volta che ho messo piede all’Aquila è stato tanto tempo fa. 2014, occasione un evento di Writers a ricordare le ferite e la rinascita.

Da quel giorno sicuramente tante cose sono cambiate, alcune terribili ferite sono state chiuse. La più brutta, il palazzo dello studente, è sparita.

Ma tante altre sono ancora aperte, sono evidenti: Dalla piazza principale, alla via maestra, basta girare un angolo e intere vie sono ancora al buio, tra travi di sostegno, calcinacci, cavi volanti e impalcature.

Sorvoliamo quelle che mi sembrano fantozziane esagerazioni; chiudiamo un’occhio, anzi tutti e due sulla presenza di costruzioni al mio occhio, un filo faraoniche, quando ancora, una larga fetta del centro storico non ha nemmeno la strada dove passare in sicurezza.

E mentre scatto, guardato come un marziano, dove in un mondo di cellulari, sono l’unico con macchina e cavalletto, zaino e borsa, occhio perso davanti a ogni particolare che prende a mazzate la memoria, quando, imbecille e imberbe, venivo all’Aquila, scendendo da casa di Marco a Carapelle per sfogare tutto in una serata alcolica su un letto di arrosticini.

L’Aquila che rinasce. Un centro vivace, nonostante il temporale che mi ha preceduto. Tanta gente, tutti in ghingheri per l’uscita del sabato sera.

Tanti ghingeri, ma tanto ancora da fare.

Ogni riferimento…

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… un’immagine.

E’ quello che mi succede con la fotografia.

Non ho un grande archivio, si ferma al 2003, almeno per la parte digitale. Il resto e’ da qualche parte in discarica o perso chissà dove.

In questi giorni, complice il caldo, complice una testa che va ovunque, i riferimenti continuano a fiorire, a intrecciarsi a vagare, e da una mostra a Orbetello sulla ferrovia Transappennica arrivo a toccare il viaggio fatto sulla Faentina,  tanti anni fa, nel 2005. Una tratta ferroviaria non elettrificata, militare, storica, strategica nei tempi che furono. Fantasma di ciò che fu, ha visto morire negli anni diverse stazioni. I tempi cambiano e la ferrovia si adegua. A Brisighella ci arrivi con l’auto. Chi è quel folle, escludete me, che prende un treno sferragliante, puzzolente per raggiungere una perla del genere? Noi abbiamo avuto l’onore di vedere un treno che non ce la faceva ad andare in salita, che faceva rumori tremebondi, che si fermò in mezzo al niente perché la lingua gli era arrivata sotto le ruote e non ce la faceva a fare l’ultimo tratto prima dello scollinamento, con un personale che sembrava uscito da qualche film in bianco e nero.

Ma non è tanto il rumore funesto, o la stessa ferrovia, quanto i ricordi che si accumulano e vengono fuori nei contesti meno pensati. Un periodo delicato, dove già la mia vita scricchiolava. Di lì a poco ci sarebbe stato un crack. Un bel crack. Pazienza si va avanti.

E ora, testimone di altri  crack, cerco di essere la spalla forte per chi vuole contare su di me.

M.