La mia Firenze

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Io sono innamorato di questa città, delle sue persone, della sua storia, del suo fiume, della sua Aurea. Tutte le volte che posso, cerco di andarci. Tutte queste immagini sono state scattate in occasioni diverse, di giorno, di notte, ubriaco, meno ubriaco, parecchio ubriaco. Tutte sono servite a omaggiare il libro “Il fioraio di Monteriggioni”, un elegante Noir scritto da Cristina, una mia carissima amica. Questi scatti sono sempre a portata di tiro, mi ricordano questa città e tutte le sensazioni che provo e che ho provato durante ogni viaggio. Conosco persone che non l’amano, certo, non è il posto più profumato del mondo e nei giorni no, dai tombini escono profumi notevoli, ma tutto quello che si può togliere dal caldo asfissiante estivo, alla puzza, ai turisti, Firenze resta un qualcosa da vivere intensamente, non da turista che deve correre a vedere più monumenti possibili, ma da camminatore lento, da scopritore di angoli. SlowWalk, Camminare Lentamente, senza fretta, dando il tempo all’ambiente di entrare nella nostra testa.

Dove va?

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La scala

Giovanotto, senta ‘n po’.

Dica, posso esserle utile? Che succede?

Giovano’, siccome ce vedo poco, me po’ di’ che ce sta’ lassù?

Lassù dove?

A Giovano’, quella cecata e mezza sorda so io; te sei giovane, ancora t’areggi in piedi; se dico lassù, è lassù, in cima alle scale.

E che ne so’, signo’, la scala è lunga, la salita è tanta, mica lo so’ che ce potemo trovà in cima a tutti sti scalini. Io nun ce so’ mai andato prima.

Seee, vabbè, e mo’? Che volemo fa’? Se sparamo tutta sta salita solo pe vede’ che ce sta? Io so’ vecchia è pure stanca.

Se po’ sempre fa un tentativo. Magari nun trovamo niente, o magari, trovamo tutto. Sempre mejo de resta’ cor dubbio.

E nun lo so giovano’. Ce so’ voluti tutti st’anni, ma ancora nun ho capito quello che vojo. Ce sta’ tanta de quella nebbia che me so persa per strada da un pezzo. So’ solo che sta vita me sta stretta e dopo tutti st’anni a fa avanti e indietro dar quinto piano, ‘ndo abito, vorrei quarcosa de piu’, quarcosa che me faccia torna’ il sorriso. Quarcosa che me dia la voja de vive e la forza pe anna’ avanti n’artro po’ de anni.

Signo’, io nun lo so’ se je posso fa torna’ il sorriso che cerca, ma potemo fa ste scale insieme. Male che va, c’e’ sempre quel raggio de sole in cima. E’ sempre meglio der bujo che ce circonda. Me dia quella busta, che me pare bella pesante. Je la porto io. Come m’ha detto che se chiama?

Liberamente tratto da ‘dialoghi insensati di un Unicorno ubriaco’.