Il Cretto Grande

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Lontano 2011, ormai sette anni fa!

Vacanza, una decina di giorni in Sicilia.

Prendi una strada con la tua macchinetta a noleggio.

Strada dichiarata chiusa, con tanto di bei cartelli in vista, per frana. La memoria ormai frana come la strada, qualche particolare sarà cambiato, sbiadito o trasformato.

Una  strada chiusa rende curiosi. Invoglia alla violazione. Cosa ci sarà dall’altra parte?  Senza scampo. Ci vuole una risposta a questa domanda.

Guardiamo il navigatore, lui guarda noi, dubbiosi tutti e tre. Tutti e tre a guardare fuori dal finestrino. Tutti persi in questo nulla caldo.

Ok, si va. Senza indugio.

La strada sale, fondo irregolare, qualche punto franato, disastrato, esploso. Si va piano, guardinghi. Nel profondo speriamo di non aver problemi. Tensione, leggera, ma c’è.

Noi non ci fermeremo, arriveremo là, nell’infinito e fintanto che il cellulare prende, possiamo almeno chiedere soccorso. S’ammazzeranno dalle risate.

Saliamo ancora, si passa accanto a pale eoliche che col loro rumore contribuiscono a rendere ancora più drammatico l’ambiente.

La macchinina arranca. Sperava di trascorrere qualche giorno su comode strade lisce come biliardi, invece no. Doveva capitare proprio in mano a questi scellerati.

E dopo aver incrociato solo una famiglia di grilli in trasferta, qualche pecora e forse una sola macchina, un’ultima curva ed ecco la meta. Ogni metro una conquista. L’ultima curva, col senno di poi, una liberazione.

Gibellina è la, che giace trasformata in un monumento neanche troppo eterno. Una distesa più o meno bianca dove il tempo sta lasciando i suoi profondi segni.

Intorno il niente.

Intorno il nulla.

Solo rumori di sottofondo, madre natura e gli incessanti passaggi delle pale eoliche. Anche loro, lì, nel nulla, disorientate in questa totale assenza di presenza.

Tutto quello che vedo è a ricordo di ciò che fu una comunità azzerata nel giro di una notte.

In piedi, una sola casa, diroccata e coperta di crepe poco rassicuranti.

Accanto i resti di una chiesa. Neanche Dio ha potuto fare niente di fronte alla potenza di madre Natura. E’ lei che decide tempi e modi, vita e morte. Noi, zitti. Formichine convinte dell’eternità.

Burri decise di mantenere la pianta originale del paese congelando nella malta ciò che restava. Decise di congelare la storia.

Un metro e sessanta.

E’ l’altezza dei blocchi voluti dall’artista. Sufficiente per vedere, sufficiente per disturbare l’infinito.

Camminare per le vie del Centro Grande fa effetto. Il decumano, le vie laterali. Tutto fissato per sempre.

Credo di sentire ancora  le urla di chi si trovava là a subire il terremoto. Forse la mia immaginazione mi gioca brutti scherzi, forse no. Immagino la gente sgomenta, impreparata, presa di sorpresa alla ricerca di una salvezza che per molti non c’è stata.

Questo è l’opera di Burri sui segni dell’uomo. La sua follia visionaria lo ha portato a ricostruire non i muri ma l’anima di un paese spezzato.

Gibellina Nuova venne ricostruita a valle, lontano dalle sue origini. Diversa, progettata non più a misura del luogo e dei suoi abitanti ma secondo visioni inquinanti ed esterne che mal si addicevano allo spirito dei luoghi. Visioni straordinariamente fuori posto create non per gli abitanti, ma imposte e forzate.

La vera Gibellina è là, dietro la collina, in un silenzio irreale e nello stesso tempo, tremendamente rumoroso dove le urla e i boati ancora segnano il tempo dopo oltre cinquant’anni.

Con Massimo Siragusa e la sua ricerca visiva segniamo un altro punto a favore della memoria.  Insieme a Claudio Corrivetti, stasera ha presentato il suo libro sul Cretto Grande presso la libreria Marini al Pigneto. Un lavoro che segna lo stato delle cose e risveglia le coscienze.

Un momento pieno che mi ha risvegliato le stesse sensazioni provate a suo tempo. È ora di fissarle!

Rocco Schiavone

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«No». Si guardarono per una frazione di secondo.  Un silenzio breve, di quelli che fra persone che si conoscono a memoria tende a riempirsi di sottintesi.

«Amore, che fai? Così perdi la scommessa!». «La risposta è sticazzi!».

L’aria era fresca, Roma dormiva, lui no.

«Allora, mi vuoi raccontare o sei venuto solo per rompere i coglioni?». «Veramente mi hai chiamato tu».

«Lei sempre nervoso la mattina». «Pure il pomeriggio. E la sera. E la notte. E ogni volta che qualcuno mi rompe le palle».

Quel viso smunto e quel finto dolore negli occhi servivano a salvaguardarsi dai giudizi del branco, a rispettare il codice morale del gruppo. Perché si fa così. Altrimenti si metterebbe a nudo un concetto naturale: nessuno è essenziale, siamo tutti sostituibili.

ad ogni domanda quelli facevano no con la testa. «Mado’ che fatica, pare de sta’ a scarica’ ghiaia con la carriola» mormorò il vicequestore.

Rocco guardò il barista negli occhi. «Certo che i cazzi tua…». «Mai dottore, mai! Ho un bar…»

«Alfre’, perché non vai a casa?». «Dotto’, perché non ci va lei?». «Perché non c’è nessuno». «E anche da me non c’è nessuno». «Ancora arrabbiata tua moglie?». «Sì». «Devi andare in pensione, Alfredo». «E lei deve cambiare lavoro». «È l’unico che so fare». «Pure io, dotto’».

«So’ quello di prima. Risbattimi la porta in faccia e ti gonfio come una zampogna». «Io so’ vecchio!». «E io ti gonfio uguale».

«Io mi chiamo Gabriele». «E sticazzi» rispose Rocco.

90! La paura. 24! La vigilia. 33! Gli anni di nostro…». «Hai rotto il cazzo, D’Intino».

«Bene, Deruta. In una scala da 1 a 10 secondo te al tuo vicequestore quanto gliene frega?». Incerto Deruta rispose: «Diciamo… due?». «Sei ottimista»

«Guardo fuori dalla finestra e mi si stringe il cuore, guardo l’uomo appena entrato e mi sento pure peggio. Che c’è, Italo? Non hai dormito?».

Caro il mio dotto Schiavone, ci si vede èiù qui dentro che davanti a un caffé.

Devo ricordarmi di chiamarti sempre quando sono giù di morale.

Ti va un caffé?. No, mi serve un Rum. ce l’hai uno Zacapa? Bimbino, ‘un sei mica all’hotel Baglioni.

Allora, andiamo. Rocco, vuoi assistere?. Ma manco se cala Dio a volo radente.

Sotto un cielo pieno di stelle freddo come una lastra di marmo. La luna splendeva accoccolata fra i tetti.

Vaffanculo Ettore. Copia conforme, Dottore.

Grazie per la pizza di ieri sera. Le pizze Gabriele Le! Urlò Te ne sei magnate Tre.

Non ho dormito un cazzo, mi fa male la schiena, non ho fatto la doccia, un fabbro m’è costato 400 euro, fa un freddo della madonna e non ho voglia di starti a sentire. 

Rumiz

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Ho scoperto Rumiz con il libro sull’Appia Antica, sul viaggio da roma fino alla fine del mondo, fino a Brindisi e più avanti.

Ha risvegliato in me quella curiosità di conoscere il mondo che ultimamente si è un po’ acquietata.

Un’ulteriore chicca si è aggiunta con il testo sui treni, sul viaggio con le ferrovie secondarie d’Italia che per me è quasi come pane quotidiano visto che da venti anni viaggio su treni di ogni tipo.

Nel tempo ho raccolto, leggendo i suoi libri dei tratti, delle frasi che sottolineano il significato del messaggio che Rumiz mi ha comunicato.

Una serie di punti mi hanno colpito:

La ferrovia ha un suo sound. Anzi, ogni linea ne ha uno: te ne accorgi anche andando a piedi.

Arrampicarsi fin lassù tra i rovi, montare sul parapetto e fare pipì sulla ferrovia, in bilico sul più bel paesaggio del mondo. Atto liberatorio? Rituale iniziatico? No, quella è roba per intellettuali. Noi semplicemente segniamo il territorio. Come i cani.

Il treno, ha detto qualcuno, è una visione laterale della vita; non fai in tempo a vederla ed è già passata.

Siamo frullati, abbiamo voglia di un letto buono. È pazzesco quanto il treno riesca a sderenarti. Altro che bicicletta. I cambi di ritmo ti mandano il cervello in pappa.

Gli annunci dei treni hanno un sapore speciale. Ricordo “Stanford is the next!”, secco come una fucilata, fra Boston e New York; il temporalesco “Hamburg Altona”, alla stazione dello Zoo di Berlino. O l’arrapante “Krpotkinskaja”, nel grande metrò moscovita.

Siamo su un treno italiano, arioso e chiacchierone. Fuori, scarpate di mille, millecinquecento metri di boscaglia.

Ci dicono che i capistazione della Sangritana sono quasi tutti femmine. Personale molto speciale: due volte al giorno mollano i fornelli ed escono in ciabatte a controllare il passaggio.

Immaginate una littorina che diventa orchestra dixieland, vola sulle montagne al suono di La stangata, batte il tempo e sculetta come una mignotta.

Panico, urla, proteste. Interviene il controllore. Capisco che la fregatura arriva da quel maledetto treno a forma di supposta, con il culo eguale al muso, che non sai mai da che parte abbia intenzione di andare.

Uscendo da una taverna con la pioggia, ha guardato la città medioevale e ha detto: “È solo per una piazza così che Dio non stermina gli italiani”.

Ci ho messo tempo a fissare sulla carta le tracce per poi ricostruire il viaggio. Ma a un certo punto ero sicuro di aver trovato il filo, il bandolo, la chiave.

Un inviato speciale a viaggiarci accanto è persona normale, ragiona a voce alta e forse fa troppe domande, ma a parte questo non è molesto.

A quest’ora, se fossimo davvero sulla Transiberiana, un’inserviente tettona con i capelli raccolti a bulbo ci porterebbe una vodka.

Un mare di case, orti, condomini, antenne televisive, alberi di noccioli, fabbriche, masserie, torrenti, cantieri, campi di pomodori.

A me serve un po’ di vuoto intorno, ma il casino non mi disturba, purché mi ignori; se sento il vuoto, diventa più facile trovare le parole.

Ma è un attimo, perché la meraviglia dell’attimo presente vince sul ricordo: oltre la penombra delle colline, oltre la prima luminescenza dei paesi, immensa, fosforica nel cielo viola, compare un’altra fantastica icona.

Uno scossone e si parte nella luce bassa del mattino, la 668 fa tu-tun in mezzo a lecci, lentischi e rocce emergenti. Lo scompartimento si riempie di profumo di mirto. Abbiamo deciso: d’ora in avanti viaggeremo su treni con finestrini apribili. Niente aria condizionata, niente treni che somigliano ad aerei.

La motrice scava ancora, grufola come un maiale da tartufi, entra in un altro tunnel con all’ingresso due fasci littori. È così freddo che d’inverno produce impressionanti formazioni di ghiaccio. Altro che Siberia: ogni mattina bisogna mandare quassù un carrello speciale a spaccar stalattiti. “Un giorno,” racconta il capotreno, “la motrice riuscì a fare tutto da sola.” Picchiò a testate lente, ripetute, inesorabili. Poi la colonna crollò sulle rotaie e schizzò fuori come un bob a quattro.

Le masse vanno, si ingolfano nel sottopassaggio, si fanno risucchiare a ritmi da film muto nel più micidiale collo d’oca del paese.

Ecco, l’Italia è anche questo. Gente simpatica e bambini grassi che viaggiano senza sapere dove sono, a bordo di un treno caciarone, dove la musica è scritta da altri.

I veri no global sono loro, i vecchietti terribili di Parma. Li vedo uscendo dalla stazione, dal treno che ci porta in Liguria. Hanno occupato le “terre di nessuno” ai lati della ferrovia e le hanno trasformate in orti: piselli e rucola, scalogno e cipollotti, fave e zucchini a trombetta.

Mi sento impregnato di treno: è come se i succhi gastrici della nazione mi fossero entrati nella pelle.

Sei in un labirinto che disorienta: credi di avere il paese sulla destra, poi entri in galleria e quando ne sbuchi te lo ritrovi a sinistra.

ci dice solo di sbrigarci: “’U trenu unn’avi a ’spittari a noi,” ride, “semo noiatri ch’avemo a ’spittari ’u trenu”.