Nemi 2019

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Qui siamo in vena di esperimenti.

Siamo a Nemi, mattina fredda, parecchio fredda, limpida. Con me la Rolleiflex e dentro una pellicola Fuji scaduta l’anno del mai…. Alle 8 di mattina Nemi è gentile, piacevole, spirituale, dolce, invitante.

Nessuno in giro, se non pochi pazzi scatenati che mi guardano strano mentre armeggio con quel pezzo da museo sulla panza.

La Rollei data 1936. Casca e pende, ma è un piacere usarla.

Kodak TriX 400

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Ok, ce l’abbiamo fatta. Finalmente.

Ho sviluppato, o meglio, dovrei dire, dopo alcuni secoli, ho ri-sviluppato un negativo.

Ma un conto farlo quando la pellicola, ancora, era roba comune, un conto farlo nell’era del digitale, del niente elettrico.

Partiamo dalle basi:

Kit fai da te: misurini, contenitori da un litro, bottiglie di plastica scure.

La tank era già in mio possesso, preveniente da un garage di non so chi.

Gli Acidi gentilmente acquistati su Ebay, come il termometro, come i misurini, come le bottiglie, come i lecca lecca.

Altra roba presa da Ikea.

Acqua demineralizzata per al discount.

Mollette per stendere i negativi rubati alla consorte.

Varie ed eventuali prese in giro, anche da cinesi. Sapone preso in bagno.

Dopo aver cercato la serata adatta, ho scelto proprio quella in cui tra mal di schiena, mal di gambe, mal di ginocchio facevano a gara a chi dava più fastidio. Montarsi una cucina è roba da squilibrati, sappiatelo!

Ok…. Let’s go.

Primo passo: portare l’acqua a temperatura. Nel mio caso, 24 gradi. Ho una pellicola, la prima triX, tirata a 800, scattata in una notte incasinata e seguendo i consigli del vecchio Pork-Chop Express che sono preziosi, specialmente nelle serate buie e tempestose, quando qualche maniaco alto due metri e mezzo e con l’occhio sanguigno vi artiglia il collo e vi pianta l’unica testa che avete contro la parete di un bar chiedendovi se avete pagato il conto… Ah, no, questa e’ un’altra storia.

Mezz’ora per arrivare alla temperatura giusta o quasi. 24 gradi, uno scherzo, il termometro mi ha maledetto.

Acidi preparati, timer messo, verificate diciotto volte tutte le procedure.

Via, mettiamo la pellicola nella tank. Come tutti i bravi maniaci, chiuso in bagno, solo soletto, costruisco al volo una dark-bag con la mia maglietta di cotone super sudacciata. No, non e’ vero. Se lo fosse stata, la pellicola si sarebbe sviluppata da sola, senza acidi.

Comunque, chiuso in bagno, dicevo, maglietta avvolta attorno alle mani, tank aperta, vai di apriscatole, con ovvie difficoltà causa vecchiaia, artrite e onestamente, poca dimestichezza nell’aprire contenitori di rullini. Ma alla fine ho vinto. Ho dovuto tirare fuori la pellicola 10 volte e ricominciare da capo, ma ce l’ho fatta. Semmai, ho fatto bene ad avvolgere mani, tank, spirale e tutto l’ambaradam nella maglietta: l’occhio abituato al buio percepisce le più minime fonti di luci e effettivamente da sotto la porta e dalla finestra chiusa qualcosa trapelava. Ma io sono previdente, sono!

Fatto!

Ora sotto con gli sbattimenti, non i miei, quella degli acidi. Secondo DevChart, la mia pellicola andava sviluppata a 24 gradi per 6.5 minuti con diluizione 1:25. E cosi’ ho fatto. Seguiti i consigli, fino ai tre lavaggi finali stile Ilford. Gira, rigira, rigira ancora, sbatti tre volte, invoca i santi, aspetta il minuto, ricomincia. E’ una bella soddisfazione che quei gesti un po’ porcelli sono la premessa di una cosa bellissima.

Tempo stimato: una mezz’oretta. Tempo effettivo: Tre secoli e mezzo, almeno, tanto mi e’ sembrato.

E dopo aver allagato la cucina, sciacquato il mondo, lavato tutto… sotto col miracolo.

Aprire la tank e tirare fuori una pellicola fradicia, ma bellissima. Vedere le proprie immagine fissate sulla striscia di plastica. Guardare i propri danni fotografici pensando al processo che si è appena concluso. che non si sa se è un miracolo o un colpo di posteriore ben assestato.

Quella pellicola così delicata, morbida, sgocciolante. Le immagini che si intravvedono. Il desiderio di guardarle e riguardarle senza nemmeno togliere l’acqua in accesso.

Ultimo step, farla asciugare: la doccia una mano santa. Cerco di resistere alla voglia di guardare e riguardare e l’appendo, come un salama sul telaio e la vedo penzoloni. Domani mattina me la gusterò in tutti i modi.

Ciao Mario

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Eccola là, la ciliegina sulla torta di una settimana da cancellare. Una delle troppe da cancellare.

Ma niente supera questo, Mario, il mio spacciatore di materiale fotografico, quell’immane rompiscatole che ti riceveva con un sorriso, colui che quando entravi, già ti aveva inquadrato, se ne è andato.

Avevo un 6×6 da prendere. Vabbè, tra le mille cose, passiamo anche da lui. Parcheggio in doppia fila, tanto resto dieci secondi. Entro, madonna che faccia devastata Luca.

Esordisco cazzeggiando come al solito.

Oh, ci azzecco sempre, eh? Azzecco sempre i tempi, io.

Mi guarda: hai visto il cartello? Quale?, faccio io.

1 + 1 è un attimo.

Mario se ne è andato. Se ne è andato questa settimana. Si, Mario non c’è più.

Non lo sentirò più parlare di banche e preti, non lo vedrò più tentare di vendermi quel kit vintage che al solo pensiero mi viene l’acquolina.

Non lo vedrò più.

Faccio fatica a crederlo. Ho, e no mi capita di frequente, un dolore pesante.

Mi ci ero affezionato…

Ruvido e disponibile, chiacchierone e acuto.

Ho abbracciato Luca. Che altro potrei fare. Mi sono sentito, mi sento vuoto.

E non trovo nemmeno la foto che ti avevo fatto per Dario.