Smalltown boy – Bronski Beat

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You leave in the morning

With everything you own

In a little black case

Alone on a platform

The wind and the rain

On a sad and lonely face

Mother will never understand

Why you had to leave

But the answers you seek

Will never be found at home

The love that you need

Will never be found at home

Run away, turn away, run away, turn away, run away

Run away, turn away, run away, turn away, run away

Pushed around and kicked around, always a lonely boy

You were the one that they’d talk

about around town as they put you down

And as hard as they would try they’d hurt to make you cry

But you never cried to them, just to your soul

No, you never cried to them, just to your soul

Run away, turn away, run away,

turn away, run away (Crying to your soul)

Run away, turn away, run away,

turn away, run away (Crying to your soul)

Run away, turn away, run away,

turn away, run away (Crying to your soul)

Run away, turn away, run away, turn away, run away

Stasera stiamo cosi’.

Il treno di oggi, l’aria di oggi, il caldo di oggi, il mio stato d’animo di oggi.

Guardare i binari correre, le stazioni fare a gara prima di casa. I tanti pensieri che orbitano nella mia testa. Cercare al volo sul tubo e trovare in un attimo ciò che volevo. Il video che ha fatto storia e la sua musica che ancora viaggia nella mia testa affollata.

Notti di pellicola (pensieri svincolati di un pendolare)

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Apparenza.

Vedere, sentire, toccare, respirare, assaporare: questo è il vero segreto; che tutti i sensi partecipino alla festa.

Passi le serate a sviluppare rullini, a giocare con gli acidi che magari ti viene voglia anche di prenderne una sorsata; fa caldo, un po’ troppo.
Ormai per raffreddare e portare l’acqua alla giusta temperatura usi i ghiaccioli.

Studi soluzioni.
Cerchi modi per migliorare la qualita’ di questi negativi.
Approcci soluzioni diverse, con tempi e metodiche diverse. Agitare tre volte, alzare il piede sinistro, sollevare la mano destra e dire: un caffè!
Prendi appunti a ogni passaggio; il terrore di perdere memoria degli esperimenti fila sottile.

Perche’ si mettono tutte la giacchina? mica siamo al polo. Cazzo, fa’ 40 gradi. Siamo una delle città più bollenti d’Italia.

Il timer non si ferma, ogni trenta secondi bisogna fare due rovesciate calme di questa benedetta tank.
Rovesciate calme, voglio dire, spiegare cosa significa ‘rovesciate calme’. magari a me viene in mente ribaltate che non sono proprio cosa calma. Chi mi conosce sa che significato ho in questa mente marcia.
Nel frattempo speri che l’esperimento dia, ancora una mezz’oretta di passaggi e salto degli ostacoli, la sua bella e definitiva risposta.

Non c’è appello: o viene qualcosa o perdi la giocata.

Ogni volta un’emozione, aprire la tank, vedere quell’ammasso di plastica bagnata, morbida al tatto,
delicata all’apparenza, incredibile nella sostanza.
Ci sono macchie? no.
Ci sono striature? no.
Si vedono cose strane, che so, marziani, elefanti zebrati, mucche con la parrucca? nulla.

Cerchi l’immagine. La cerchi con un filo di ansia. Quando la pellicola e’ ancora arrotolata nel caricatore, si vede poco, non si capisce se c’è qualcosa o solo un sogno che svanisce all’istante.
Ma poi, eccoli! Tutti i fotogrammi! Tutti ti salutano e ti sorridono, danzano con te. Finalmente liberi.

Questa qua’ davanti a me, in treno, e’ mezzora che si tira i capelli, così unti che sembrano immersi nell’olio per motori diesel.

Prendi quel materiale con delicatezza,; lo tiri fuori dal contenitore, lo srotoli e finalmente hai davanti gli occhi la meraviglia
di un’immagine che si e’ formata dal nulla. Una magia.

C’è una promessa di bellezza in tutto questo.
È un gioco tra le tue mani e i mille liquidi con cui devi entrare in contatto. Un gioco sensuale, magico.

È un gioco che stuzzica, scatena mille attese, mille fantasie.
Non vedi l’ora di vedere, ringrazi per dover attendere invece un tempo mai definito.

Nota: mille pensieri, pensate un po’? Li scrivo in treno mentre torno a casa. Oddio forse la mia casa e’ proprio questo treno che ogni sera mi riporta a nord di Roma.

Oggi, il mio compaesano, quel ragazzo di colore, Jonathan, sempre solare, mi dice che lui sa! Mi vede ogni mattina. Mi tiene d’occhio, e sa dove mi siedo, quale vagone prendo, se al piano basso o salgo di sopra.
È un ragazzo incredibile. E’ incredibile, ogni volta, sentirsi chiamare “paesa’”, da un omone il doppio di me, con la pelle colore dell’ebano e un sorriso che non so nemmeno da che parte inizi.

Nota (che alla fine di un post ci sta sempre bene): questo testo è nato in treno, nel vagone giornaliero; e come al solito, finisce a ore strambe, quando il mondo dorme e tu conti lenticchie.

Calcata, secondo me.

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Calcata, un blocco di tuffo in mezzo ai boschi.

Spunta solitario, abbandonato dai suoi vecchi abitanti rimpiazzati da artisti e creativi che hanno trovato il loro paradiso.

Vale la pena perdersi, in questo paese silenzioso, dove la gente si ferma ancora a chiacchierare sulle scale della chiesa e scambia battute con chi passa.

I gatti ti guardano sorgnoni, stirandosi pigramente al sole di una bollente estate.

Piena di turisti di giorno, silenziosa e bella di sera, dove spiriti antichi ti tengono la lampada e ti spingono a esplorare ogni vicolo.

Questa e’ la versione in bianco e nero. Mi ricorda anni antichi quando ancora non calpestavo questo mondo.

Ho portato con me Rolley biottica caricata con ilford fp4+ e la Bessa con la pellicola LomoPurple e la kodak 200c… Le ho lasciate giocare, le ho guardate prendersi gioco degli ambienti. la Rolley seriosa, la Bessa sempre più sbarazzina, amiche di tanti pensieri.