Coccia di Morto

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E tanto lo sapevo che pure questa notte non avrei dormito.

Un’altra occasione dove il cervello non si vuole fermare, i pensieri viaggiano e noi stiamo a fare la schiuma.

Peggio, mi sono proprio levato dal letto. Mi sento un satellite geostazionario per rilevazioni meteorologiche che ruota intorno a qualcosa. Il qualcosa è quel povero cuscino. E mentre tutta la famiglia se la dorme alla grande, io scrivo. Ho preso il pc, seduto a questo angolo della cucina, digito tasti, vomito pensieri, per lo più inutili.

La penisola è comoda, per mangiare e per passare la notte insonne.

Sexy, in mutande, seduto sul trespolo, aka, lo sgabello, la tastiera davanti, un cervello in pappa dietro.

E visto che ora, quando l’orologio del forno segna l’una di notte, tocca pure inventarsi qualcosa. In fondo devo sempre arrivare fino alle 6.

Quando mi sono sdraiato, o meglio, quando ho provato a sdraiarmi, il primo flash è stato: vuoi vedere che stanotte sarà più in bianco di ieri, che , voglio dire, non è che sia stato un esempio di riposo e recupero.

Il drago mi dice che sto’ cercando di farmi prendere un colpo. Può darsi. Vedremo. Non fanno più effetto neanche gocce, pastiglie, legnate.

Cambiamo per un attimo discorso. Magari ci viene l’ispirazione giusta. Che infatti si son fatte le due.

Stamattina, o meglio ieri mattina, sono andato a dare un’occhiata al distributore dove qualche giorno fa, una tromba d’aria ha scaraventato una Smart a qualche decina di metri da dove era parcheggiata uccidendo chi era alla guida. Addio Noemi.

Fuji al seguito.

Zona: Fiumicino. Via Coccia di Morto. Praticamente dietro l’aeroporto, tra Focene e Fiumicino stesso.

Che dire… A guardare il distributore, da una certa distanza, tolte i bandoni arancioni ormai onnipresenti, non sembra aver subito grandi danni. Manca un pannello del tetto, qualche cosa è un po’ spiegazzato.

Avvicinandosi, invece, si inizia a fare i conti con il caos.

Il prato davanti la struttura è devastato. A terra pure due pompe strappate dai piedistalli. Due pompe, per intenderci, storiche, arrugginite, ma comunque non più in verticale, belle sdraiate sul prato strappate dai rispettivi basamenti. Una struttura metallica ormai masticata. Il cartello che indica il distributore totalmente smontato. Dall’altra parte della strada, la rete, la recinzione dell’aeroporto, la barriera della ciclabile ripristinate entrambe con la rete arancione temporanea da cantiere in attesa di rimettere tutto a posto. La macchina è stata rimossa. Cazzo, morire per un pacchetto di sigarette. Dietro la pompa di carburante, una abitazione, semi nascosta; non c’è più il tetto. Bella botta. Tra un po’ scatteranno di avvisi Tornado come siamo abituati a vedere negli States. Vedremo in giro i cacciatori di Tornado con pickup pieni di attrezzature correre lungo strade deserte per catturare questi eventi.

Ma la vita continua. Non può essere altrimenti.

Il bar è aperto come anche il lava macchine. Il primo caffè della giornata arriva.

Al banco avventori abituali, li riconosci dal tipo di chiacchiera. Gente che rallenta, che guarda, gente che osserva e passa. A me che scatto foto, non fa caso nessuno. Meglio.

Domani ci saranno altri tornado, altri morti.

Il Faro

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Se dal Porto canale ci sporgiamo, evitando di cadere in acqua, verso Ostia, in un angolino lontano vediamo una specie di torre, piccola, lontana.

E’ un posto magico.

Mi attira come le sirene di Ulisse.

L’ambiente è magnetico.

Da una parte il circolo nautico, di fronte i bilancioni, a destra e sinistra le scogliere artificiali con i pescatori presenti a ogni ora.

Ultima visita l’anno scorso ma non si poteva entrare. Stavano girando, credo, alcune scene di Suburra.

Vecchio Faro

Questa volta , campo libero. Mi ha chiesto di entrare, di prendere un po’ della sua magia e mi ha fatto salire nella parte più alta, a respirare con gli Dei. Mi ha portato al loro cospetto. Mi sono arrampicato e ho aperto prima gli occhi, poi l’anima….

Poi avrei desiderato volare.

La Minolta col suo 35mm e la Ilford fp4 mi hanno preso per mano e fatto scoprire nuovi mondi…

Ricordami

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Castelluccio di Norcia. Anno 2006.

Ancora andavo pesantemente in bici e Castelluccio era una tappa programmata da tempo. Avevo un percorso eccezionale da seguire, in parte su strada e soprattutto in fuori strada. Un percorso nuovo che non avevo mai fatto.

Sedici anni fa.

Tutto sarebbe cambiato, ma ancora non lo sapevo.

Il percorso prevedeva partenza da Castel Santangelo sul Nera. Salita su asfalto fino a Castelluccio. Da li’, sterrata e mulattiere salendo ancora nel tratto che sovrasta il paese e che viene usato (ora non lo so….) per chi fa volo col deltaplano. Il resto e’ a tutto campo, puro fuori strada, pura MountainBike.

Castelluccio era un posto meraviglioso. Pieno di gente e di vita. Auto, Moto, Caldo, un panino e una birra. Tra poco si parte per la seconda parte dell’escursione.

Una cosa che mi colpì più delle altre: le scritte sulle case. Scritte corpose. In dialetto. Noi comunichiamo con i gruppi di Telegram. Chi scrisse quelle parole, le ha affidate alla luce e all’intonaco.

Quel paese non esiste piu’. Ci sono i turisti, chi cerca di ritornare a una vita. Ma ci sono i container, ci sono le casette prefabbricate e soprattutto, ci sono le macerie. Quelle resteranno nelle anime per sempre.