Nascosto

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Ogni volta che lo dico, mi pigliano tutti per scemo. Probabilmente é perché sono un po’ scemo, ma non riesco a togliermi dalla testa questa idea: Il Tevere, più che un fiume e’ visto come un fosso.

Nascosto, abbandonato, sporco, discarica, fogna, puzza, topi grossi come cani, sono i primi pensieri che mi vengono in mente.

Per vedere il Tevere devi affacciarti, devi cercare i pochi punti dove ci si puo’ avvicinare. Se sei fortunato e anche un po’ cecato non noti le tonnellate di monnezza che ne costellano le frasche ai bordi.

Se decidi di scendere sulle sue rive, tolti i toponi che ti vengono incontro per darti il benvenuto, la prima cosa che noti’ sono le bici abbandonate, qualche frigorifero che scende a valle, e una sensazione triste di abbandono che non ti lascia.

Unici punti interessanti, Ponte Milvio e l’isola Tiberina. Ma per il resto, l’esperienza non e’ delle migliori.

Sul lungo fiume pochissime attività, solo d’estate si popola, ma per il resto dell’anno, niet, un mondo chiuso.

E’ nascosto, si vede poco, é poco presente nei discorsi delle persone. Vero che i grandi muraglioni che aiutano a nasconderlo, furono costruiti proprio per difendere la città dalle frequenti alluvioni che il fiume causava, ma non so se solo a causa di questo il Tevere e’ divenuto solo una cloaca che porta gli scarichi a mare, per la gioia di chi poi, in spiaggia se li trova davanti.

La gente attraversa veloce i ponti, chiusa nelle proprio autovetture, magari considerando il fiume solo l’ennesimo ostacolo al proprio caos quotidiano. Qualcuno prova a fare jogging lungo le piste ciclabile quando disponibili e transitabili, qualche bicicletta si avventura…

Raramente ne senti parlare se non quando qualcuno lo riporta in voga lanciandosi in acqua alla ricerca di un suicidio dove non si capisce se la morte ti colpisce prima per esserti affogato o perché hai mandato giù un’acqua talmente infetta che per mesi sei luminescente.

Non lo so.

 

Analogico o Digitale

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Bella domanda.

Ho amici che mi guardano terribilmente storto quando gli ho detto cosa mi sono procurato, che tipo di macchine fotografiche sono tornato a usare e per fortuna che non sanno che punterò ancora più indietro nel tempo. C’e’ una Leica III che mi ispira e pure di parecchio. Ora sono fermo agli anni 80, ma la TimeMachine ha altri programmi.

Ho una sensazione di essere visto come un marziano fuori dal tempo e dallo spazio. E forse, dico forse, questo non e’ neanche molto lontano dalla verità.

Mi sono cancellato da tutto quello che viene considerato moderno; unico social che mi sono tenuto e’ twitter, per quello che lo uso, ci può stare. Tutti gli altri sono stati rimossi. Arriva la signora e mi fa: ma hai visto quel video? No, non ho piu’ accesso! Ma fattelo un accesso! No, sto bene cosi’… e  giù occhiatacce strane. Arriva l’amica di famiglia e mi fa: hai visto l’immagine che ha postato Caio? No, sono Splashbook Free, non ho un account. E scatta il momento di spiazzamento. Sono lo strano che non ha sociale…. proprio strano. Sono l’asociale da guardare con sospetto.

Leggo, guardo un film, scrivo appunti su un blocco notes, uso una matita: altra stranezza; quanto mi diverte. Conosco gente che candidamente ha ammesso di avere serie difficolta’ a tenere una penna in mano.

Ho perso i contatti con tanta gente, alcune interessanti, altri solo fugaci immagini senza corpo. Se non ci si cerca almeno una volta con la voce, con lo sguardo, con il tempo, non e’ un rapporto che può continuare. Li rimpiango si, rimpiango ogni perdita, ma si va avanti, cercando ogni volta qualcosa di reale.

Le due digitali le sto’ usando poco. Non so, non mi sento molto in vena di scattare. Ho avuto un blocco terrificante e prendere in mano una macchina mi viene di un difficile da fare schifo. Ultimamente sto’ facendo nuovamente qualcosa, ma siamo decisamente lontani dai ritmi di una volta. Manca il mordente, c’é troppo nebbia ancora.

Gellhorn, senza l’aiuto di Heminghway, col cacchio che avrebbe scritto parole sulla guerra di Spagna. Le parole non uscivano, a me non escono gli scatti.

Eppure senza digitale, neanche riesco a farle vedere agli amici più stretti. Ma in fondo, io devo vederle quelle immagini. Devono risvegliare a me il ricordo di quel momento.

Mi e’ venuta una voglia di tornare a scattare meccanicamente, senza troppo beep, con un’esposimetro che in confronto agli attuali è di un ridicolo da far spavento. Seguire il procedimento passo passo, senza intermediari, senza un processore che si occupi dei passaggi che la mia mentre dovrebbe fare ogni volta.

Scattare e non sapere cosa ho combinato. Dover aspettare senza avere la pappa pronta, almeno tre o quattro giorni, anche una settimana, prima di sapere fino a che punto ci siamo avvicinati al risultato che si cercava.

Ecco, domani devo andare a ritirare uno sviluppo.

Comprare il rullino, metterlo in macchina, caricare fino al primo scatto utile, scattare, scattar…. non scatta, oddio, no panic, bisogna prima ricaricare, scattare, 36 pose, non molte, arrotolare, andare dal fotografo, consegnare, attendere…. attendere. Lo scatto di una volta era fondamentalmente una promessa che ci imponeva i giusti ritmi. Ci sono fotografi che hanno scattato talmente tante foto che neanche loro sanno con esattezza quante. Raccoglitori su raccoglitori di immagini tra cui ripescare i ricordi di mondi lontani, vicini e ancora lontani.

Il tempo e’ cio che mi appartiene, meglio usarlo… e non considerarlo solo un clock di un processore.

Tra le varie, fuori sync, ho rimesso in piedi il mio siterello. Però ho cancellato praticamente tutto il pubblicato, anche ciò che c’era prima, tutta la mia storia pubblica dal 2005  e dintorni… rm -rf e via… io me la ricordo, voi?