Rocco Schiavone

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«No». Si guardarono per una frazione di secondo.  Un silenzio breve, di quelli che fra persone che si conoscono a memoria tende a riempirsi di sottintesi.

«Amore, che fai? Così perdi la scommessa!». «La risposta è sticazzi!».

L’aria era fresca, Roma dormiva, lui no.

«Allora, mi vuoi raccontare o sei venuto solo per rompere i coglioni?». «Veramente mi hai chiamato tu».

«Lei sempre nervoso la mattina». «Pure il pomeriggio. E la sera. E la notte. E ogni volta che qualcuno mi rompe le palle».

Quel viso smunto e quel finto dolore negli occhi servivano a salvaguardarsi dai giudizi del branco, a rispettare il codice morale del gruppo. Perché si fa così. Altrimenti si metterebbe a nudo un concetto naturale: nessuno è essenziale, siamo tutti sostituibili.

ad ogni domanda quelli facevano no con la testa. «Mado’ che fatica, pare de sta’ a scarica’ ghiaia con la carriola» mormorò il vicequestore.

Rocco guardò il barista negli occhi. «Certo che i cazzi tua…». «Mai dottore, mai! Ho un bar…»

«Alfre’, perché non vai a casa?». «Dotto’, perché non ci va lei?». «Perché non c’è nessuno». «E anche da me non c’è nessuno». «Ancora arrabbiata tua moglie?». «Sì». «Devi andare in pensione, Alfredo». «E lei deve cambiare lavoro». «È l’unico che so fare». «Pure io, dotto’».

«So’ quello di prima. Risbattimi la porta in faccia e ti gonfio come una zampogna». «Io so’ vecchio!». «E io ti gonfio uguale».

«Io mi chiamo Gabriele». «E sticazzi» rispose Rocco.

90! La paura. 24! La vigilia. 33! Gli anni di nostro…». «Hai rotto il cazzo, D’Intino».

«Bene, Deruta. In una scala da 1 a 10 secondo te al tuo vicequestore quanto gliene frega?». Incerto Deruta rispose: «Diciamo… due?». «Sei ottimista»

«Guardo fuori dalla finestra e mi si stringe il cuore, guardo l’uomo appena entrato e mi sento pure peggio. Che c’è, Italo? Non hai dormito?».

Caro il mio dotto Schiavone, ci si vede èiù qui dentro che davanti a un caffé.

Devo ricordarmi di chiamarti sempre quando sono giù di morale.

Ti va un caffé?. No, mi serve un Rum. ce l’hai uno Zacapa? Bimbino, ‘un sei mica all’hotel Baglioni.

Allora, andiamo. Rocco, vuoi assistere?. Ma manco se cala Dio a volo radente.

Sotto un cielo pieno di stelle freddo come una lastra di marmo. La luna splendeva accoccolata fra i tetti.

Vaffanculo Ettore. Copia conforme, Dottore.

Grazie per la pizza di ieri sera. Le pizze Gabriele Le! Urlò Te ne sei magnate Tre.

Non ho dormito un cazzo, mi fa male la schiena, non ho fatto la doccia, un fabbro m’è costato 400 euro, fa un freddo della madonna e non ho voglia di starti a sentire. 

Rumiz

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Ho scoperto Rumiz con il libro sull’Appia Antica, sul viaggio da roma fino alla fine del mondo, fino a Brindisi e più avanti.

Ha risvegliato in me quella curiosità di conoscere il mondo che ultimamente si è un po’ acquietata.

Un’ulteriore chicca si è aggiunta con il testo sui treni, sul viaggio con le ferrovie secondarie d’Italia che per me è quasi come pane quotidiano visto che da venti anni viaggio su treni di ogni tipo.

Nel tempo ho raccolto, leggendo i suoi libri dei tratti, delle frasi che sottolineano il significato del messaggio che Rumiz mi ha comunicato.

Una serie di punti mi hanno colpito:

La ferrovia ha un suo sound. Anzi, ogni linea ne ha uno: te ne accorgi anche andando a piedi.

Arrampicarsi fin lassù tra i rovi, montare sul parapetto e fare pipì sulla ferrovia, in bilico sul più bel paesaggio del mondo. Atto liberatorio? Rituale iniziatico? No, quella è roba per intellettuali. Noi semplicemente segniamo il territorio. Come i cani.

Il treno, ha detto qualcuno, è una visione laterale della vita; non fai in tempo a vederla ed è già passata.

Siamo frullati, abbiamo voglia di un letto buono. È pazzesco quanto il treno riesca a sderenarti. Altro che bicicletta. I cambi di ritmo ti mandano il cervello in pappa.

Gli annunci dei treni hanno un sapore speciale. Ricordo “Stanford is the next!”, secco come una fucilata, fra Boston e New York; il temporalesco “Hamburg Altona”, alla stazione dello Zoo di Berlino. O l’arrapante “Krpotkinskaja”, nel grande metrò moscovita.

Siamo su un treno italiano, arioso e chiacchierone. Fuori, scarpate di mille, millecinquecento metri di boscaglia.

Ci dicono che i capistazione della Sangritana sono quasi tutti femmine. Personale molto speciale: due volte al giorno mollano i fornelli ed escono in ciabatte a controllare il passaggio.

Immaginate una littorina che diventa orchestra dixieland, vola sulle montagne al suono di La stangata, batte il tempo e sculetta come una mignotta.

Panico, urla, proteste. Interviene il controllore. Capisco che la fregatura arriva da quel maledetto treno a forma di supposta, con il culo eguale al muso, che non sai mai da che parte abbia intenzione di andare.

Uscendo da una taverna con la pioggia, ha guardato la città medioevale e ha detto: “È solo per una piazza così che Dio non stermina gli italiani”.

Ci ho messo tempo a fissare sulla carta le tracce per poi ricostruire il viaggio. Ma a un certo punto ero sicuro di aver trovato il filo, il bandolo, la chiave.

Un inviato speciale a viaggiarci accanto è persona normale, ragiona a voce alta e forse fa troppe domande, ma a parte questo non è molesto.

A quest’ora, se fossimo davvero sulla Transiberiana, un’inserviente tettona con i capelli raccolti a bulbo ci porterebbe una vodka.

Un mare di case, orti, condomini, antenne televisive, alberi di noccioli, fabbriche, masserie, torrenti, cantieri, campi di pomodori.

A me serve un po’ di vuoto intorno, ma il casino non mi disturba, purché mi ignori; se sento il vuoto, diventa più facile trovare le parole.

Ma è un attimo, perché la meraviglia dell’attimo presente vince sul ricordo: oltre la penombra delle colline, oltre la prima luminescenza dei paesi, immensa, fosforica nel cielo viola, compare un’altra fantastica icona.

Uno scossone e si parte nella luce bassa del mattino, la 668 fa tu-tun in mezzo a lecci, lentischi e rocce emergenti. Lo scompartimento si riempie di profumo di mirto. Abbiamo deciso: d’ora in avanti viaggeremo su treni con finestrini apribili. Niente aria condizionata, niente treni che somigliano ad aerei.

La motrice scava ancora, grufola come un maiale da tartufi, entra in un altro tunnel con all’ingresso due fasci littori. È così freddo che d’inverno produce impressionanti formazioni di ghiaccio. Altro che Siberia: ogni mattina bisogna mandare quassù un carrello speciale a spaccar stalattiti. “Un giorno,” racconta il capotreno, “la motrice riuscì a fare tutto da sola.” Picchiò a testate lente, ripetute, inesorabili. Poi la colonna crollò sulle rotaie e schizzò fuori come un bob a quattro.

Le masse vanno, si ingolfano nel sottopassaggio, si fanno risucchiare a ritmi da film muto nel più micidiale collo d’oca del paese.

Ecco, l’Italia è anche questo. Gente simpatica e bambini grassi che viaggiano senza sapere dove sono, a bordo di un treno caciarone, dove la musica è scritta da altri.

I veri no global sono loro, i vecchietti terribili di Parma. Li vedo uscendo dalla stazione, dal treno che ci porta in Liguria. Hanno occupato le “terre di nessuno” ai lati della ferrovia e le hanno trasformate in orti: piselli e rucola, scalogno e cipollotti, fave e zucchini a trombetta.

Mi sento impregnato di treno: è come se i succhi gastrici della nazione mi fossero entrati nella pelle.

Sei in un labirinto che disorienta: credi di avere il paese sulla destra, poi entri in galleria e quando ne sbuchi te lo ritrovi a sinistra.

ci dice solo di sbrigarci: “’U trenu unn’avi a ’spittari a noi,” ride, “semo noiatri ch’avemo a ’spittari ’u trenu”.