Come ti digitalizzo il negativo.

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E’ una provocazione, niente di meno. Ditemi o genti, come scansionate voi il negativo asciutto e luccicoso dopo aver passato un’oretta a respirare gli effluvi, peraltro piacevoli, delle chimiche di sviluppo, chiusi nell’antro che sulla porta riporta un titolo tipo: Lasciate ogni speranza o Voi che desiderate entrare, State fuori e basta!

Da quando ho ripreso a combattere con l’analogico, con i pezzi di ferro, come amo chiamare gli strumenti di questa affascinante tecnologia, il punto più combattuto è il passaggio dell’immagine dal supporto al bit.

Ho provato diverse soluzioni più o meno interessanti, ma tutti mi hanno lasciato diversi interrogativi da risolvere.

Partiamo dall’inizio:

Macchina fotografica, tubo adattatore, flash di illuminazione: uso una macchina fotografica per fotografare immagini fatte con altre macchine. Vantaggi: usando la Canon full frame, una 5d , ho il massimo della ripresa, il tubo adattatore porta la pellicola alla giusta distanza, meccanicamente, la cosa e’ un po’ ingombrante, da sistemare come si deve, il flash deve essere collegato alla macchina con cavetto o comando a distanza.

Formato tipico di ripresa: qualsiasi formato disponibile nella macchina, diciamo RAW.

L’accrocco trovato su internet si presta anche a qualche modifica che può migliorare la situazione. Mi sono procurato un piccolo pannello luci led da collegare dietro al posto del flash, cosi’ magari faccio prima. Far muovere due volte uno specchio, la prima in fase di ripresa, la seconda durante la digitalizzazione, mi pare uno spreco di risorse, comunque.

Scanner: Ecco, l’idea dello scanner non è male, anche se credo che con un simile sistema posso sparare alle mosche con i cannoni. Mi spiego, lo scanner è comodo, mi consente con facilità di scannerizzare documenti, foto, negativi piccoli e grandi, fuori formato. Rispetto al precedente sistema, non sono limitato dalla forma del sistema di tenuta del tubo che nel mio caso mi obbliga solo al 24×36. Qui posso variare il tema, posso usare di base due formati, 120 e 135, posso riprendere le diapositive e via discorrendo. Il software associato al prodotto che ho preso, non è proprio una cima, ma fa degnamente il suo lavoro. Ci possiamo stare. Mi consente comunque una discreta manovrabilità e automatizzazione. Ci sono prodotti migliori in grado di spremere lo scanner al massimo delle sue capacità, ma poi torniamo a mettere mano al portafogli. Per un uso amatoriale, magari rende difficili i rapporti con le/i proprie/propri compagne/compagni. Così almeno abbiamo una scusa valida che con lo scanner possiamo riprendere documenti e cose utili di casa…. si, lo so, è una banale scusa, ma almeno abbozza.

Formato tipico di salvataggio: tiff o jpeg. Tiff è meglio.

Altra idea: Kodak ha proposto un kit composto da un attrezzo in plastica e un’apposita applicazione consente di riprendere i negativi con il proprio telefonino. Il software si occupa di fare la conversione negativo/positivo. Unico problema, che l’immagine è jpeg, che può andare per la maggior parte delle occasioni, ma per ottenere di più non va oltre la sufficienza.

Il prodotto Kodak si affianca a un prodotto identico concettualmente venduto da Lomography. Io, ovviamente, me ne sono procurato uno su Ebay, la mia scimmia magica.

Stessa tecnica, il telefonino riprende l’immagine. Il software scelto provvede a trasformarlo in digitale. Io sto usando il software di kodak per la scansione. Ne ho provati anche altri, chi più chi meno fanno tutti lo stesso dovere. Semmai, facendo una foto standard, se si dispone di un telefono in grado di salvare in formato RAW, stiamo un bel pezzo in avanti.

Versatilità scarsa, può riprendere solo i negativi 135.

Formato tipico: Jpeg, con le sue limitazioni tipiche.

Piccolo update: per chi ha un software un filo migliore, come magare un Adobe Lightroom, puoi convertire le immagini in DNG in fase di ripresa e trasferirle in modo veloce e automatico via Cloud direttamente sul proprio pc. Molto si può fare in questo senso. Possiamo partire dai prodotti più sempliciotti in grado di fare subito la conversione negativo/positivo senza particolari opzioni fino ad arrivare a trasferire una foto e procedere poi direttamente su pc e passare alla conversione con prodotti più raffinati e potenti.

Sto provando a migliorare la situazione. Faccio il sistemista e non ho problemi a procurarmi componentistica elettronica. Mi sono procurato una telecamera 8Mp collegata a un Raspberry. Posso gestire l’immagine con una buona versatilità. Unico problema che ora mi trovo a risolvere è la messa a fuoco e mi sto procurando giusto delle lenti da usare a questo scopo.

La stessa telecamera, magari potrò usarla per riprendere altri formati, devo solo costruire un supporto adatto. Per il momento sto usando il prodotto di Lomo; in pratica al posto del telefonino uso i miei chip.

I primi tentativi non sono malvagi, fatta eccezione per la messa a fuoco. Ho dalla mia la versatilità del software di gestione che mi consente di gestire inversioni negative, esposizione, curve, taratura colore e svariati altri parametri che con le precedenti applicazioni non ho proprio trovato agevoli. Tra l’altro, posso immaginare che con un po’ di fantasia e un filo di manualità, posso automatizzare la scansione e anche il movimento dei negativi…. una cosa che devo dire, mi alletta.

Formato di salvataggio: da Jpeg in su, non RAW, ma TIFF sicuro, dipende da come imposto il software di ripresa.

Tra tutti, sicuramente chi mi garantisce il top è la macchina digitale, in seconda posizione lo scanner, in basso, molto lontano le due soluzioni Kodak e Lomography.

Per l’ultima non mi pronuncio visto che ci sto ancora giocando. Voglio prima risolvere i problemi di contorno.

Gerda Taro

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Ladispoli – Parigi, Père-Lachaise: 1300 Km circa

Ti ho trovata, finalmente.

Ok, non corriamo, partiamo dall’inizio di questa storia:

Gerda, o Gerta, piu’ corretto.

Lei è una foto giornalista famosa, anzi famosissima. Lo è come professionista per aver raccontato con la sua bravura e la sua potenza quello che accadeva nella spagna che cercava di opporsi al regimo di Franco. Lo è come donna, come compagna di colui che tutto il mondo ricorda per le sue foto – vi dice niente lo sbarco di Normandia? – come colei che hai dato il nome a uno dei più grandi nomi del firmamento fotogiornalistico del pianeta.

Ma è anche uno scricciolo che ha fatto una fine orrenda mentre impegnava ogni sua capacità nel raccontare quello che accadeva.

Se ne è andata tragicamente a pochi, pochissimi giorni dal suo ventisettesimo compleanno (o ventiseiesimo.. che ho qualche dubbio sulla data di nascita: wikipedia dice una cosa, la lapide un’altra). Io ne ho quasi il doppio, ma la sua storia mi ha colpito. Mi hanno colpito le sue foto e ancora di più i suoi trascorsi, le sue fughe per sopravvivere, le madonne per sbarcare il lunario insieme a quell’altro spiantato di genio, gli articoli, quelli che ho trovato, il suo impegno e quel poco che so della sua vita.

Fu sepolta a Parigi con tutti gli onori.

Una tomba tutto sommato semplice e diretta. Fu l’unica a essere violata dai Nazisti. Che pure loro sentissero, o meglio, temessero, il potere di quella donna anche se chiusa in una bara?

C’ho costruito su tutto un viaggio. Volevo vedere quella tomba… Volevo sentirne il magnetismo. E cacchio se il magnetismo c’e’. Guardare quella foto, toccare quella pietro, sentire quella voce lontana.

Questo viaggio è nato per concederci un weekend, me e la padrona di casa, dopo anni di clausura e tensione. Ma è nato pure per arrivare in questo luogo lontano che cercavo da tempo e che volevo da tempo.

Alla fine siamo partiti. Pagherò il conto nei prossimi mesi, ma stica, erano anni che lo volevo e l’ho fatto.

https://it.wikipedia.org/wiki/Gerda_Taro

nota dell’ultimo secondo: Wikipedia, cosi’ come molti altri siti, riportano come data di nascita di Gerda, il 1910. La lapide riporta 1911.

Evanescente

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La mente, col passare del tempo cancella le cose. E se queste non hanno imparato a ad aggrapparsi come si deve, sono condannate.

Sono passato oggi in luoghi vissuti. Era come se non ci fossi mai passato. Erano lontani, erano anonimi, erano diversi, erano sconosciuti.

Sempre meno riferimenti. Incredibile. Faccio fatica a considerarli familiari.

Eppure in questi luoghi ho passato una lunghissima parte della mia vita. Ci sono cresciuto, ci ho vissuto, ci ho lavorato. Niente! Non li riconosco più. Sono lontani anni luci. Il tempo, la polvere, la distanza hanno la magia e la capacità di aumentare l’indifferenza, di nascondere sotto il tappeto i ricordi più lontani.

Se poi, pure gli appigli a quei ricordi, gli interruttori che scatenano la memoria svaniscono come la sabbia nel mare, allora la separazione è completa. La mente non ha più legami, non possiede più nulla per tornare alle origini. Fine dei giochi.

E tanto più i vecchi ambienti si adattano e mutano col passare del tempo, tanto più i ricordi sfumano e la distanza cresce.

Mi sono fermato a fissare dei luoghi. Luoghi che ho conosciuto in passato, ora sono diversi, totalmente.

La Bessa ha registrato questi posti già tanto estranei, ma ancora con degli elementi familiari. Avrei dovuto farlo anni fa. Ora è decisamente tardi anche se non troppo. Forse.

Già tutto ora mi sembra così straniero.

Sparite le vecchie insegne, spariti i vecchi commerci, sparito tutto. Una trasformazione totale, tanto da renderla assolutamente altro.

C’era il supermercato, il noleggio dei DVD, la banca, la cartoleria. Niente, tutto sparito. E’ rimasta la pizzeria e il bar, chissà per quanto, non credo molto. Quello che era un riferimento, ora è un deserto.

Salvare la memoria. Imperativo. Faccio foto per ricordare. Faccio foto per far ricordare. Faccio foto per ricordare.

Col tempo proverò ad aggiungere altri elementi a questo bagaglio. Per quanto già in un’altra dimensione, non voglio che tutto finisca nell’ombra. Qualcosa deve restare nella mia mente, nella mia storia e nella mia pancia.

Tutto il resto non serve.