OPEL/PSA

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Qualche anno fa, vicino Aprilia, una notissima azienda, la Montebovi, decise di chiudere gli impianti e licenziare tutti. Mi ritrovai a fotografare i messaggi, i cartelloni, le parole che quelle persone hanno urlato in faccia ha chi ha deciso di staccare la spina tutta la loro rabbia. La fabbrica è ancora li, nel frattempo io mi sono trasferito e non so più che fine fece tutta quella storia.

In queste settimana ho lavorato a Fiumicino. Oggi arrivando, mi casca l’occhio sull’ennesimo lenzuolo.

Qualcuno potrebbe dire che sono cecato, a quasi due settimane di passaggi davanti a quelle recinzioni, mai avevo riconosciuto il posto.

Opel/PSA, Centro distribuzione di fiumicino. Non pensavo fosse accanto al mio ufficio temporaneo. Giretto, due foto.

Altre famiglie in barricata a trovare la soluzione per arrivare a fine mese, aziende che continuano a chiudere usando le definizioni piu’ assurde, ottimizzazione, delocalizzazione, concentrazione, fluidificazione, cazzi e mazzi.

Avevo già letto un po di news, ma un conto le parole, un conto vedere, sapendo, quel lenzuolo e il dramma che c’e’ dietro.

Ostia, Idroscalo, parte Seconda

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Altro giretto, altro rullino.

Sono tornato nuovamente all’Idroscalo. Lo avevo detto che il posto mi intriga.

Come al solito pochissimo tempo da dedicare, ma ho cercato di carpire qualche altro elemento di questo luogo per me magico.

Intanto ho provato a perdermi con la macchina in giro per questa landa sconsacrata. Terrificante, la buca più piccola ricordava da vicino la balena di Pinocchio: Entrare non significa anche poterne uscire. Vivo, soprattutto.

L’avevo notato la scorsa volta: Altarini dedicata alla Madonna un po ovunque.

Ma l’Idroscalo non è solo Tevere, case cadenti e strade sterrate e devastate.

L’idroscalo è ricordato anche per una figura importante e controversa: Pier Paolo Pasolini. Qui, il poeta, regista e non so’ quante altre cose, ha trovato una morte violenta.

A lui è stato dedicato un piccolo parco. Posizionato lungo la strada che va verso l’Idroscalo, tocca tenere un po’ gli occhi aperti, non è che si veda granché.

Sembra chiuso, ma per entrare si sgancia un moschettone. Basta armeggiare un poco.

Come al solito, tutto su pellicola. Tutto rigorosamente Bianco e Nero. Kodak Tri-X 400 e canon A1. Il tutto sviluppato in casa col solito Rodinal. Tra un po’ ci farò anche i gargarismi.

Ostia, Idroscalo

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l’ho sentito nominare troppo volte. Troppe, troppe.

L’ultima volta, quando è stato? Ah si, una manciata di giorni fa, quando l’attuale sindaco di Roma ha dichiarato che vorrebbe sgombrare tutti e tutto. Bah, ormai, si fa a gara di Proclami. Intanto la gente ci vive, anche se nella più totale precarietà. Sono anni che se ne sente parlare. Ma soluzioni vere, mai.

E poi sgombrarlo. La fa facile. Ci vive gente, ci sono cose da risolvere prima. E’ troppo facile dire: Sgombriamo. Cosi’ lasciamo spazio all’abbandono e a attività altrettanto poco legittime.

La zona è a ridosso della foce del Tevere, opposta al Vecchio faro di Fiumicino, sotto la competenza di Ostia.

Per ‘a ridosso’ intendo proprio con i piedi in acqua nella foce.

La fine della corsa di un fiume che ha attraversato regioni, percorso chilometri, incontrato genti, e ricevuto pure scarichi di ogni genere. Noi i fiumi sappiamo solo trattarli male.

Zona nata come scalo per gli idrovolanti, quando la nazione si sentiva un impero, quando voleva guardare oltre l’orizzonte, per poi inciampare e rimanere chiusa nella propria stanzetta.

Successivamente, il declino.

Un posto assurdo. Assurdo, perche’ ha un fascino perverso, alla foce del Fiume che tanto piccolo non è, protetto da blocchi di cemento, dove quando piove la gente si protegge con i sacchi di sabbia, dove tutto ha l’aria di abusivo che più abusivo non si può.

Case decisamente di recupero, montagne di avanzi un po’ dappertutto, muretti Jersey a protezione della strada.

Se piove serve un anfibio e strategie di passaggio ben studiate. Oggi quasi mi sommergo.

Una piazza, pomposamente chiamata ‘Largo della Traversata Atlantica’, dove una fermata del bus mezza rosicchiata dalla salsedine con sotto quattro poltroncine arrivate chissà da dove, è tenuta sott’occhio da telecamere probabilmente più cieche di una talpa. Le posizioni non danno molte sicurezze di buon funzionamento.

Tutto intorno, pozzanghere, strade sterrate, tetti un po’ sbilenchi.

A proposito di pozzanghere, guardare il largo della Traversata e vederla talmente allagata che un transatlantico potrebbe attraccare serenamente, viene qualche dubbio circa la scelta del nome e sulle motivazioni di partenza.

Ah! Cercate tra le foto, la targa non è sulla strada, ma dietro un muro. Mah!

Eppure il posto è bello, è particolare. Ti attira, ha un che di perverso che ti accende.

Vedere il mare, tra l’altro con una giornata niente male, un pescatore solitario,le segnalazioni in mezzo alla foce, queste abitazioni rimediaticce, persino dei sentierini fatti con gli avanzi di muratura,strade di terra battuta, macchine mezze abbandonate, pozzanghere dall’apparenza di laghi, ha il suo gran perché.

Ho visto un furgoncino delle poste consegnare cercando di evitare di essere inghiottito nelle pozze lungo la via.

E’ tutto totalmente improponibile e magnetico allo stesso tempo.

Ho scattato foto, tante, ma vorrei tornarci, prima di subito, tanto ne sono attratto, tanto come il faro dall’altra parte del fiume che da lontano mi osserva.

Qui, Pasolini ha concluso il suo cammino. C’ha lasciato le penne. C’e’ pure il parco pieno di fratte, per quel poco che ho potuto vedere, dove un monumento vorrebbe ricordarlo. Non lo so, pure lui abbandonato come tutta la zona, dove si vive alla giornata e la notte tocca dormire con un occhio aperto. Non si sa mai.

Uno splendido cameo è l’arrivo nella piazza di Nanni Moretti con la sua vespa in “Caro Diario”. Cercatelo sul Tubo, che ci sta!