Silenzio

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Ogni attimo di questo 2020 segnerà per sempre la nostra memoria. Ogni giorno uno stillicidio di novità, restrizioni, raccomandazioni, numeri e percentuali.
L’ultimo DPCM, tra le varie indicazioni, impone la chiusura di tutti i ristoranti alle 18. Ecco, alle 18!

Non faccio polemica, penso che chi ci governa sia meno intenzionato di noi ad andare a fondo e quindi quello che scriverò qua sono semplicemente le mie sensazioni sugli effetti più vicini a me; effetti che sto vivendo, che vado registrando giorno per giorno.

Quello che mi colpisce è il cambiamento sociale che ci sta circondando e che si fa sentire sempre più.

Ho nel cuore un luogo dove vado a passare qualche minuto ogni volta che posso. Ci vado di mattina, ci ritorno a pranzo e ci ripasso a cena. Mi aiuta nel pensiero e ricarica le mie batterie. E’ fiumicino, via di Torre Alfina, il canale di attracco dei pescherecci e l’accesso alla darsena.

Un lungo canale d’acqua dove ho fatto conoscenze varie, dove ci sono andato con la moglie, con tutte le mie amicizie.

Lo ricordo per l’allegria, le persone serene, i locali aperti, il cibo, i tavolini all’aperto, gli aperitivi, il fresco della mattina, il caldo delle serate estive, il casino, il parcheggio fantasia, il ponte pedonale, le barche.

Ieri sera, preso da folle curiosità, ho deciso di vedere quanto è cambiato questo mondo: ebbene, un disastro. Da 100 a 0. Il deserto.

Armato della mia Canon A1 e di una pellicola Kodak vecchia come il cucco, scaduta chissà quando e chissà come mantenuta, ho fatto un giro, pochi minuti, sufficienti per devastare la mia visione.

Locali chiusi, pochissime figure in giro, quasi avessero sbagliato posto e tempo, niente tavolini, niente cibo in strada, niente macchine rumorose, niente gente vociante, niente, assolutamente niente.

Ok, ragionando, capisco che tutto questo serve per limitare anche l’idea dell’assembramento, quello che si va cercando da mesi per rallentare i contagi che crescono come funghi nel sotto bosco e come le zanzare a Ladispoli, ma l’anima ne risente e ancora nemmeno immaginiamo la portata di quest’esperienza alienante e sconosciuta nel nostro rispettivo sentire.

Luoghi spettrali, vuoti, dove le poche figure che circolano, camminano veloci, mascherate. L’unica cosa che risalta è proprio la mascherina chirurgica e questa sensazione cupa di essere sotto esame per sapere se siamo infetti o meno. I pochi che si muovono lentamente, sembrano in attesa che accada qualcosa che possa porre fine a questo incubo.

La paura, anche se nessuno lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura, striscia nel sotto bosco, magari non per tutti, ma ti guarda, appoggiata a un muro, fumando magari una sigaretta, ridendo sotto i baffi, pensando semplicemente: qui, dovete passare, io vi aspetto.