Fight Club

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Signori, benvenuti al Fight Club.
Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club.
Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club.
Terza regola del Fight Club: se qualcuno grida basta, si accascia, è spompato, fine del combattimento.
Quarta regola: si combatte solo due per volta.
Quinta regola: un combattimento alla volta, ragazzi.
Sesta regola: niente camicia, niente scarpe.
Settima regola: i combattimenti durano per tutto il tempo necessario.
Ottava ed ultima regola: se questa è la vostra prima sera al Fight Club… dovete combattere!

Rocco Schiavone

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«No». Si guardarono per una frazione di secondo.  Un silenzio breve, di quelli che fra persone che si conoscono a memoria tende a riempirsi di sottintesi.

«Amore, che fai? Così perdi la scommessa!». «La risposta è sticazzi!».

L’aria era fresca, Roma dormiva, lui no.

«Allora, mi vuoi raccontare o sei venuto solo per rompere i coglioni?». «Veramente mi hai chiamato tu».

«Lei sempre nervoso la mattina». «Pure il pomeriggio. E la sera. E la notte. E ogni volta che qualcuno mi rompe le palle».

Quel viso smunto e quel finto dolore negli occhi servivano a salvaguardarsi dai giudizi del branco, a rispettare il codice morale del gruppo. Perché si fa così. Altrimenti si metterebbe a nudo un concetto naturale: nessuno è essenziale, siamo tutti sostituibili.

ad ogni domanda quelli facevano no con la testa. «Mado’ che fatica, pare de sta’ a scarica’ ghiaia con la carriola» mormorò il vicequestore.

Rocco guardò il barista negli occhi. «Certo che i cazzi tua…». «Mai dottore, mai! Ho un bar…»

«Alfre’, perché non vai a casa?». «Dotto’, perché non ci va lei?». «Perché non c’è nessuno». «E anche da me non c’è nessuno». «Ancora arrabbiata tua moglie?». «Sì». «Devi andare in pensione, Alfredo». «E lei deve cambiare lavoro». «È l’unico che so fare». «Pure io, dotto’».

«So’ quello di prima. Risbattimi la porta in faccia e ti gonfio come una zampogna». «Io so’ vecchio!». «E io ti gonfio uguale».

«Io mi chiamo Gabriele». «E sticazzi» rispose Rocco.

90! La paura. 24! La vigilia. 33! Gli anni di nostro…». «Hai rotto il cazzo, D’Intino».

«Bene, Deruta. In una scala da 1 a 10 secondo te al tuo vicequestore quanto gliene frega?». Incerto Deruta rispose: «Diciamo… due?». «Sei ottimista»

«Guardo fuori dalla finestra e mi si stringe il cuore, guardo l’uomo appena entrato e mi sento pure peggio. Che c’è, Italo? Non hai dormito?».

Caro il mio dotto Schiavone, ci si vede èiù qui dentro che davanti a un caffé.

Devo ricordarmi di chiamarti sempre quando sono giù di morale.

Ti va un caffé?. No, mi serve un Rum. ce l’hai uno Zacapa? Bimbino, ‘un sei mica all’hotel Baglioni.

Allora, andiamo. Rocco, vuoi assistere?. Ma manco se cala Dio a volo radente.

Sotto un cielo pieno di stelle freddo come una lastra di marmo. La luna splendeva accoccolata fra i tetti.

Vaffanculo Ettore. Copia conforme, Dottore.

Grazie per la pizza di ieri sera. Le pizze Gabriele Le! Urlò Te ne sei magnate Tre.

Non ho dormito un cazzo, mi fa male la schiena, non ho fatto la doccia, un fabbro m’è costato 400 euro, fa un freddo della madonna e non ho voglia di starti a sentire.