Sta cosa’ me sta a sfuggi’ de mano

Ormai guardo più spesso l’orario dei treni, le possibili offerte, i possibili magheggi per risparmiare. Sogni di salire su un treno, partire e fermarmi dall’altra parte dello stivale. Ormai, l’odore dei treni è dentro di me, sono parte di un treno.

Ho voglia di conoscere, di muovermi, di spostarmi e già che con il treno ho un buon feeling, è lui il mio primo pensiero come mezzo di trasporto.

Già in tasca un biglietto per Firenze, ma lì andiamo per bagordi, accanto a un biglietto per Bologna, e i bagordi li farà una delle macchine fotografiche, forse anche più di una.

Un desiderio di rimettere i piedi a Venezia, magari un intermezzo settimanale, magari a settembre o forse ottobre, quando i turisti saranno diminuiti e magari i Veneziani saranno tornati un po’ alla loro quotidianità. E se riuscissi a unire il tutto con una mostra, magari, sarebbe un bel coronamento.

Milano, anche se milano non mi ha mai particolarmente ispirato, ci sono cose che voglio andare a vedere. Il Giamaica, in particolare, il regno dove si è consumata parte della storia fotografia italiana. Sono curioso di vedere, di sentire cosa hanno da raccontare quelle mura.

Verona, ma questo con un paio di giorni insieme alla mia signora, anche tre. Vorrei camminare sotto il terrazzo di Giulietta, rivederlo da vicino. Ho toccato Verona una sola volta, di fretta, mentre attendevo una situazione di lavoro. Non ho avuto il tempo di vedere, fare, camminare, odorare e soprattutto scattare.

E vorrei tornare nelle verdi campagne marchigiane. Mi mancano le mie origini.

 

S.Prassede, la basilica Cenerentola

Accanto a S.Maria Maggiore, in un vicoletto anonimo che ne prende il nome, dove solo l’occhio attento del curioso vede la segnaletica e dove l’ingresso laterale dello splendido gioiello timidamente fa capolino, un filo anonimo, ma promessa di meraviglia.

S.Maria Maggiore, Turisti senza fine, venti metri più avanti, un mare di silenzio, un posto meraviglioso per ritrovare il proprio spirito.

E torniamo un momento al digitale, ma non fateci l’abitudine.

Un libro

Un libro, soprattutto un certo tipo Libro, dovrebbe essere fatto decantare come un buon vino. Scartato di corsa, appena ricevuto, non ha lo stesso sapore di quando, giorni dopo, settimane dopo, lo si prende, con timore, con gli occhi di un bambino e lo si respira fibra per fibra, senza fretta, facendolo proprio in un momento.

E nel frattempo….

Qualcuno deve tenere in ordine.

 

 

 

Uno dei problemi dei tempi che furono era sicuramente l’archiviazione dei negativi.

Ne avevamo a migliaia, chiusi nelle stesse buste che ci avevano dato dal fotografo, senza una data, senza un appunto, insieme alle foto del pranzo di natale, mischiate con quelle della nonna morta vent’anni fa.

Dopo qualche anno non sapevi più dove avevi messo la foto della cugina nuda che ballava sul tavolo e aprivi scatole, guardavi nei cassetti del salone.

Poi, magicamente ti arrivava il nipotino con una cosa in mano sporca di marmellata. Nooooo, era proprio il negativo che cercavo.

Non che adesso le cose siano cambiate, anzi.

Abbiamo mille programmi, abbiamo Adobe che pensa a noi, ma la differenza tra un archivio ordinato e uno zoo e’ il tipo che sta tra la tastiera e il video.

E cosi’, anzi forse nella convinzione che l’informatica sia qui per aiutarci, continuiamo a perdere le foto della cugina.

 

Torniamo indietro

Ne sono stregato, sono avvinghiato, sono obbligato….

Ormai ho una malattia che non so se si può guarire e non sono arrivato neanche a metà dell’opera.

Scatti una foto, eviti di guardare il display, che peraltro non esiste, aspetti di finire il rullino, oddio, ma quanto ci metto a scattare queste foto?

Di corsa porti il rullino a sviluppare, sperando di aver fatto tutto per benino, che il laboratorio non si perda il negativo per strada e tutta la sequela di preghiere che si rinnova a ogni sequenza.

Pigli sti negativi, li guardi e in parte pensi: ma perché mi ostino a diventare scemo quando con la Xpro o la Canon potrei fare tutto con 1/10 del tempo senza peraltro spendere i soldi tra rullo e sviluppo.

Ti sei fatto una guida con la balsa per rifotografare i negativi con la digitale. Una guida che come la guardi si spacca in mille pezzi tanto è delicata e la colla è sempre pronta a darti man forte.

Hai una scrivania che sembra il piano di lavoro a mezzi tra quello di un fabbro e quello di un falegname, tra cacciaviti, taglierine, viti, tubi di colla, pezzi di macchine fotografiche, tastiera e monitor e mouse e accessori vari. Ormai, gli unici spazi utilizzabili sono quelli della cassettiera o il piano del collega vicino, tanto il tuo spazio è ingombro di roba.

E la piramide cresce a ogni pacchettino di Ebay che giunge alla porta. Ricordati, Ebay è tuo amico e anche la tua rovina.

Scatti sta foto con la digitale, importi, via di Photoshop. Minchia che chiavica di esposizione, rifacciamola va. Negativo, cmd-I, inverti immagine, inizi le correzioni e più la guardi e più pensi che il famoso pensiero del ‘chi me lo ha fatto fare’ assume un’importanza quasi divina.

Ci provi, ci riprovi, niente, l’esposizione fa proprio schifo, la rifai, la converti in bianco e nero e pensi all’infinità di immagini che già hai visto in giro e alle quali, in qualche modo, piuttosto remoto, la tua si ricollega.

Sei felice. In più sai che oggi, festeggi il giorno in cui qualcuno ha deciso di metterti al mondo; in fondo ti sei appena fatto il regalo che più desideravi.

Un sorriso ti sfugge e tutte le minchiate a cui assisti quotidianamente e che ti fanno salire il veleno di quello forte, scivolano via. Per un attimo, breve, tutto cambia.

Ma chissenefrega.

Caos

Non immaginavo proprio che una foto scatenasse tanto interesse.

Una foto non cercata, solo pura rappresentazione della triste realtà di Roma in fatto di pubblico trasporto.

Venerdì sera, uscito dall’ufficio, ho ripreso un’immagine dell’ennesimo bus fermo guasto al bordo della strada.

Gia avevo dovuto prendere una Car2Go perché i tram non passavano per poi scoprire, che la linea era interrotta per l’ennesimo mezzo guasto che mi sono visto passare davanti trainato verso il deposito.

Nulla di più classico per un carrozzone che si trascina da anni, dove l’incapacità di tante amministrazioni, di tanti management hanno ridotto quello che si dovrebbe definire trasporto pubblico a una cloaca mal funzionante ingoia soldi.

Non ci si può lamentare solo dell’ultima amministrazione pubblica che tra le mani ora deve gestire il cadavere puzzolente lasciato dai precedessori della famoso poltrona, ma forse si dovrebbe scavare più a fondo e osservare come negli anni questa società e’ stata portata sempre più a fondo tanto da dover scavare per scendere ancora più giù.

Ma si sa, la memoria è corta e labile.

E poi, i romani adorano scherzare, adorano prendere in giro qualsiasi cosa che non funzioni e dalla mera rappresentazione della povertà politica si passa alla satira e alla battuta sagace dove gli ormai rassegnati – ma anche no – cittadini trovano lo spunto per una battuta al posto di arrabbiarsi, o meglio, incazzarsi (termine decisamente più adatto) fino a far scoppiare una rivoluzione.

E forse, la fortuna della nostra classe politica, vecchia e attuale, è che all’italiano non frega più nulla se le cose funzionano o meno, l’importante e che non crolli Facebook o il proprio social preferito; per il resto, i ristoranti sono sempre pieni, come diceva, tanto per cambiare un noto politico che nonostante scandali, processi e condanne e’ ancora tra di noi a dettare legge.

Il post che avevo messo su twitter con l’ennesima battuta : https://twitter.com/maurosulmuro/status/990320476282073088?s=19

Bus fermo a p.le Prenestino (RM)

Definizione di non-luogo

Il neologismo nonluogo (o non luogo, entrambi modellati sul francese non-lieu) definisce due concetti complementari ma distinti: da una parte quegli spazi costruiti per un fine ben specifico (solitamente di trasporto, transito, commercio, tempo libero e svago) e dall’altra il rapporto che viene a crearsi fra gli individui e quegli stessi spazi.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Nonluogo

La sagra

Non è un riferimento a questo evento in particolare, ma con questo però, non riesco a trattenere le dita. Una disaffezione forte. La fine del sogno sgretolato da una realtà totalmente differente e sicuramente lontano dai sogni romantici che si vanno cercando.

Una volta, la sagra era il luogo dell’incontro, della particolarità del luogo. La gente si radunava, assaggiava e faceva assaggiare la tipicità del luogo. Arrivavano cose non alla quotidiana portata, una mostra, una esaltazione della caratteristica del luogo che potesse essere il Carciofo, il Cavallo, il Piatto di Fettuccine col sugo di Cinghiale. Era un modo goliardico di dare leggerezza per qualche giorno a dure giornate di lavoro.

Quella magia non c’e’ più, se ne andata con la modernità, con le bancarelle dai prodotti scadenti già visti e rivisti nei negozi cinesi, con i venditori di aspirapolvere in concentrazione esagerata, con le tavole di prodotti più improponibili per la cura della persona che mi sembrano poco attinenti con la festa che si va ad iniziare, che più che alla sagra, sembra di essere al mercato settimanale.

Quello che una volta doveva essere il centro della festa, è ridotto a una sfilata di cose tutte uguali, dove in mezzo fa capolino qualche venditore di zucchero filato o di pannocchie arrostite forse unici sopravvissuti di anni gloriosi.

Sembra più il pollaio dove spennare le galline di turno con la scusa di far toccare con mano o con il palato la peculiarità del luogo, a prezzi onestamente un pò esagerati e a sentire i commenti di molti senza neanche offrire quella qualità, quella particolarità che tutti domandano, desiderano, cercano.

In mezzo frotte di famigliole, gruppi di persone che approfittano del momento di festa e degli spazi liberati dalle auto, ma che dopo qualche ora hanno già dimenticato, tutti pronti a cercare il Like successivo.

Ci sono paesi che offrono sagre a a grappoli dall’inizio della primavera alla fine dell’autunno passando in rassegna qualsiasi cosa di commestibile e proponibile, ma in fondo, a parte la scritta di benvenuto, offrendo alla fine sempre lo stesso piatto fritto e rifritto che alloana sempre di più le persone stanche di sentirsi proporre la stessa fritta con la frequenza quasi quotidiana.

E tutto sommato, pure le feste più famose ricalcano un pò la stessa strada: il nome sfruttato per vendere paccottiglia senza un’anima vera, senza una personalità da ricordarsi negli anni. Troppo tardi, quei ricordi, di cui, qui, chi ha età maggiori della mia, continua a tirare fuori con affetto e ricordo. Come se tutto avesse preso una discesa senza ritorno.

Nonostante mi sia trasferito qui, vicino al mare, già avevo sentito la percezione, osservando chi questo posto lo conosce bene, quanto distacco si è venuto a creare da quell’evento che resta un momento atteso fortemente durante l’anno.

La proprietaria del maniero, nonostante abbia sempre esaltato la grande partecipazione della gente, ha sempre, in qualche modo girato alla larga da questa manifestazione. Alla mia curiosità ha sempre contrapposto difficoltà logistiche. Quasi un rifiuto di vedere la festa principe dalla propria infanzia trasformata in qualcosa di sconosciuto non più all’altezza dei propri ricordi.

Non si potrebbe ritrovare  quel tempo dove il più grande desiderio era tornare a casa con il pesciolino rosso vinto alla gara di tiro delle palline con le guance ancora appiccicaticce di zucchero e tanti ricordi da portare con se piò a lungo di un semplice click?