L’aquila che torna

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Anni ancora, tanti anni, prima che la storia tragica di questa città si concluda. Eppure, piano piano, sta tornando, a fatica, tra mille contraddizioni, ma di certo ci sta’ provando.

L’ultima volta che ho messo piede all’Aquila è stato tanto tempo fa. 2014, occasione un evento di Writers a ricordare le ferite e la rinascita.

Da quel giorno sicuramente tante cose sono cambiate, alcune terribili ferite sono state chiuse. La più brutta, il palazzo dello studente, è sparita.

Ma tante altre sono ancora aperte, sono evidenti: Dalla piazza principale, alla via maestra, basta girare un angolo e intere vie sono ancora al buio, tra travi di sostegno, calcinacci, cavi volanti e impalcature.

Sorvoliamo quelle che mi sembrano fantozziane esagerazioni; chiudiamo un’occhio, anzi tutti e due sulla presenza di costruzioni al mio occhio, un filo faraoniche, quando ancora, una larga fetta del centro storico non ha nemmeno la strada dove passare in sicurezza.

E mentre scatto, guardato come un marziano, dove in un mondo di cellulari, sono l’unico con macchina e cavalletto, zaino e borsa, occhio perso davanti a ogni particolare che prende a mazzate la memoria, quando, imbecille e imberbe, venivo all’Aquila, scendendo da casa di Marco a Carapelle per sfogare tutto in una serata alcolica su un letto di arrosticini.

L’Aquila che rinasce. Un centro vivace, nonostante il temporale che mi ha preceduto. Tanta gente, tutti in ghingheri per l’uscita del sabato sera.

Tanti ghingeri, ma tanto ancora da fare.