Ingress

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O santi numi…. Ora inizio pure a giocare con Ingress.

Seeee, direte, stai un po’ in ritardo. Il mondo si è avviato alla sua autodistruzione parecchi anni fa.

Premessa: Ingress è uno dei primi, o meglio, credo sia stato il primo gioco dove smartphone, realtà aumentata, gps, ha costretto i giocatori a muovere il culo per ottenere qualche punto.

Il gioco è semplice: la tua fazione deve conquistare più portali possibili tra quelli liberi e quelli della fazione opposta, usando strategie di difesa. Il tutto muovendosi fisicamente da un portale all’altro usando quelle due cose strane chiamate piedi.

Quando me lo hanno spiegato, qualche tempo fa, speravo pure che ci potesse scappare qualche rissa, ma niente, tutto virtuale. Neanche una mazzata!

Ora, io amo camminare. Il gioco rientrerebbe tra i miei potenziali stimoli per muovere il ciarpame che mi compone. Però fotografo anche, gli occhi devono stare incollati alla realtà per ottenere qualche scatto. Questo gioco richiede che una bella fetta del tempo si stia a guardare la mappa mano a mano che si srotola alla frenetica ricerca della conquista o della battaglia.

Per carità, non è che sto sempre con una reflex in mano, però mi rendo conto che un gioco del genere può distrarre in modo incredibile.

E di spegnere il cervello, proprio non ci penso.

… ok ho scherzato.

Dopo aver giochicchiato con Ingress, dopo aver installato Harry Potter, me so’ gia’ rotto.

Torno a scatta’ foto che me vie’ meglio!

Salvi, non lo so!

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Sono passati trent’anni.

Oggi tutti a commemorare, festeggiare, portare fiori, parole, parole, parole.

Ma in fondo, che ha significato il muro, la sua costruzione, un sacco di morti e infine la caduta?

Nulla di più che giochi di potere giocati sulla pelle della gente. Ai voglia le ideologie, semplicemente: tu da qui non ti muovi o muori. Il muro ha significato la prigione per quelli che stavano intorno, che guardavano la città scintillante e intanto morivano di fame.

Eppure nessuno me lo toglie dalla testa: I giochi di pochi hanno portato spesso l’umanità a livelli di tensione tale che finire disintegrati nel burrone con un sonoro Bye Bye Uomo.

A noi raccontano le favolette e ce le condiscono così bene che non abbiamo che da crederci.

Intanto i giochi continuano su quella grande scacchiera fatta di pelle umana sui cui quattro scemi scelgono il futuro dell’umanità e tengono calda la poltrona del potere!

Se una volta il potere era fissato dall’ideologia, almeno così ce l’hanno insegnata, oggi il denaro sceglie come ci dobbiamo muovere…

Ma non cambia nulla, la carta igienica ha sempre lo stesso colore e odore!

Sapori

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Stendhal pare sia venuto a Roma sei volta. Sei volte nella città eterna per entrare nei suoi segreti, per carpire più dettagli possibile, per respirare, assaporare ogni dettaglio, ogni sfumatura.

Leggo in giro che visitare Roma con ciò che ha scritto Stendhal, sia di gran lunga migliore di ogni guida turistica.

Amo tornare negli stessi posti fino ad averne carpito ogni dettaglio. Ci sono luoghi che ho visitato più e più volte. Ogni occasione ha dato input nuovi, elementi nuovi che nella precedente esperienza erano nascosti. Un continuo crescere per avvicinarsi al cuore del luogo.

Lui parlava di Roma; ogni luogo merita attenzioni ripetute. Ogni luogo può raccontare tante cose. Ma come un bell’incontro richiede l’appuntamento successivo, un luogo richiede incontri ripetuti, distanziati nel tempo quel tanto che serve per sedimentare e costruire il nuovo momento.

Oggi, tra un mese, tra sei, mai troppo poco, mai troppa distanza.

E ora via, carichiamo pellicola o Sdcard e partiamo. C’é un lavoro da fare!