Il mare

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In realtà è solo una dissertazione, un pensiero che mi frulla nella testa da quando il mio compagno di giochi, che la signora continua a dire che forse è il mio amante, ha commentato il mio ultimo articolo su Passoscuro ricordando quello che da piccoli, lui e tutti gli altri ragazzi di Roma insieme ai propri genitori, parenti, nonni, chipiùnehapiùnemetta facevano durante la stagione estiva: andare al mare e scatenarsi. Andare al mare e godere di momenti leggeri dopo la settimana passata a lavorare con testa bassa e tante speranze in alto.

Chi costruiva case (abusive per lo più), chi mangiava l’impossibile, chi correva dietro a telline e un po’ più cresciutello correva dietro a scoprire la nobile arte del sesso. Chi giocava a racchettoni, chi dava calci a un pallone, chi veniva preso per un orecchio e riportato sulla retta via, chi faceva a botte, chi si lanciava in acqua e poi si panava sulla spiaggia, chi rosolava in interminabili sessioni di gioco e passava la serata a farsi mettere crema sulla schiena da madri generose che oltre alla schiena scaricavano scapaccioni per ogni ahio pronunciato durante l’azione lenitiva.

Parlando mi sono reso conto di avere un buco, grosso. Quel periodo per tanti bello e spensierato a me manca. Non c’è.

Ricordo si il mare, le mezze giornate trascorse a Tor San Lorenzo. Giornate intere, mai. Ma ero solo io. Non c’era qualcuno di pari con cui vivere quell’età. C’era mamma e papà, ma non c’era la truppa, C’era forse Zio, qualche rarissima volta, ma non c’erano gli amici, i cugini, i fratelli, tutta quella comitiva che passava giornate intere a crescere divertendosi. Non c’erano i parenti numerosi, non c’erano le zie che ti correvano appresso, non c’era lo schiaffone piazzato nel momento topico ne la pallonata in piena faccia sparato dall’amico di turno. Non c’era nulla di tutto questo. Forse qualche briciola.

Forse per questo a me il mare sta un po’… stava un po’ sulle balle per così tanti anni. Per questo non ho mai amato il mare fino a qualche anno fa, quando un altro grande amico di avventure mi ha permesso nuovamente scoprire, apprezzare, amare un uso del mare molto più sociale e, diciamo, bello come non avevo mai visto!

Bere, parlare, incontrare persone, conoscere, ridere, spegnere la testa e godere la giornata, o anche semplicemente la serata in ottima compagnia. Musica, alcol, parole, sole, tramonto, rosso, piedi bagnati, sabbia nel costume, tutto lo scenario, così, mischiato e servito.

Un buco temporale lungo quarant’anni. Lunghissimo, incolmabile, per alcuni versi.

E quell’anno, ormai tre anni fa, non si è potuto ripetere. Il destino ha deciso, e io non mi sono opposto, a un nuovo cambio di direzione. Un altro cambiamento che ha di nuovo mischiato le carte e cambiato nuovamente quello che è la percezione del mare.

Pero’ i pensieri viaggiano e con loro la constatazione che quello che è perso è perso e sicuramente non si può recuperare.

E purtroppo nessuno ha fatto un backup.

Vite sospese

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Ariccia, nuovo ospedale, nuovo pronto soccorso, fogli spiegazzati di divieti e obblighi. Nulla cambia, tutto si ripropone con i medesimi vestiti di scena,  anche la sofferenza si manifesta con i soliti feticci e i soliti rimedi.

L’attesa snervante di una risposta. L’ineluttabilità di una vita che inciampa nei propri malanni, l’osservare la gente che  spegne la propria esistenza in attesa di risposte alle solite domande e ai soliti tempi canonici della natura e dell’umana organizzazione.

E, fermando un attimo i giochi, realizzi tutta la miseria umana che tanto si dimena, convinta di essere Dio superiore,  ma che prima o poi si trova a dover pagare un conto non desiderato e non cercato e spesso, parecchio salato. I conti tornano sempre. E’ il destino a decidere quando.

Soffitto bianco, luci  al neon.  Pavimento arancione e pareti di un verde strano forse a causa delle luci stesse.

Malati che vengono e che vanno, come una corsa di palline. Vi ricordate quelle che si facevano nei giorni spensierati, d’estate, al mare?