Con l’umore attento

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Male, male.

Ho dei giorni che è meglio che non abbia tra le mani alcunché, ancora meno, uno dei miei attrezzi fotografici.

Ho bisogno di equilibrio.

Oggi l’ho smarrito e la OM-PC ci ha rimesso la salute volando contro un muro.

Con lei gli scatti provati in notturno all’eclisse tanto atteso.

Serata partita male, oggi nervosismo a paletta. Alla fine ho sbroccato.

Fortuna che la pellicola con la foto di Alessandra era già in sviluppo.

Ti adoro quando scrivi

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Quando scrivo cosi’, significa che sono totalmente immerso nel pensiero che sto’ descrivendo.

Talmente immerso che lo sento sulla pelle, ne percepisco l’odore, le sfumature di luce.

Nel frattempo le dita si rincorrono per cercare di stare dietro ai pensieri, cercando di fare meno errori possibili che altrimenti devono fare più fatica per riprendere il filo del discorso.

E gli occhi che guardano le parole e corrono a immagini collegate che si snocciolano davanti, come un film, circondato da tutto un film, unico momentaneo spettatore di quello che passano nella sala cinema della mia capoccia.

Accorcia quella distanza

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Uno dei grandi dilemmi di un fotografo è la distanza da cui riprendere l’immagine.

Si è passati dalle grandi, poi alle medie, poi alle corte, poi alle grandi, in un continuo avanti e indietro per decidere quanto un fotografo debba essere coinvolto anche intimamente in quello che sta facendo.

Per un fotografo non professionista, che non ha uno stile ben definito, che cerca di migliorare se stesso e soprattutto cerca di superare i limiti che piano piano si trova ad affrontare, questa distanza diventa un fattore quantomeno devastante.

Se prima, ci si dilettava a fotografare i panorami, la gente sembrava tanti pupazzetti che si muovevano come le formiche. Sono arrivate poi le feste a casa, con i parenti, dove questi pupazzetti diventavano più grandi, più vicini, ma facevano parte sempre di quella schiera di personaggi a cui, in fondo, la distanza non è cosa importante, semmai, l’importante è riprendere tutti intorno alla tavola imbandita, tutti con i calici, tutti sorridenti.

E passa il tempo, e queste distanze devono necessariamente variare al variare della sensibilità del fotografo. Poi si arriva a un punto difficile da superare, la minima distanza tra colui che scatta e colui che viene scattato. E’ un trauma profondo, richiede, almeno per persone come me, tempo e ragionamento per avanzare anche di pochi centimetri. Non è così semplice, ci si fanno mille pipponi mentali. Migliaia di scatti sfumano prima che la sottile linea venga superata. Tante volte si prova ad allungare la gamba, poi si fanno due passi indietro, almeno per restare in sicurezza.

E ci sono ancora mille particolari: mi deve vedere, quanto mi deve vedere, devo interagire, ma quanto devo interagire e via sempre più sottile.

Poi arriva un giorno, dove forse una molla scatta, un meccanismo inizia a girare, e quella distanza viene azzerata. Vai, scatti, interagisci, gli fai sentire alito e obbiettivo addosso. Scatti vicino e non ti nascondi, anzi, vuoi essere ben presente: chi si becca lo scatto deve essere cosciente o quasi che il fotografo è lì anche per lui.

Sempre più stretto il campo. L’elemento o il soggetto, deve assumere la totalità dell’immagine, deve decontestualizzare lo spazio.  Puoi collocare questo soggetto ovunque, tanto è solo lui e null’altro.

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