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Il viaggio

Chiostro di San Domenico. Un caldo pomeriggio d’ottobre. Si sta bene, l’estate sempbra non andare via. Ma tutto finisce. Sempre.

L’arrivo del tramonto ti fa rimpiangere di non aver portato con te quella polo a maniche lunghe che avrebbe mitigato questi brividi post sole.

Seduto su questo muretto scomodo prendo appunti. Nelle stanze le fasi finali del Prato Street Photo Meeting: gente che parla, … Troppo …., Gente che applaude, gente che entra, gente che esce.

Io scrivo, lentamente sintetizzo idee da brandelli di immagini e pensieri.

La Zorky accanto.

Sento occhiate curiose scavarmi addosso: che animale è quel coso mezzo pelato che scrive su un blocchetto con la matita, che accanto ha un rudere senza display e batterie.

Da dove viene questo troglodita del passato che tutto preso scrive, si ferma, sfoglia indietro, ritorna avanti, scrive ancora, rivista nella borsa, riapre il blocco, raccogli quella matita che ha tentato la fuga, scrive ancora.

In bella mostra fibbie di macchine in voga, tutti a pasticciare con lo zoom ultimo grido. Sì mostra più la macchina che il risultato. Non è l’immagine che conta, conta l’immagine del riprendere l’immagine.

Sdoganare l’immagine di se, il fotografo in azione. Non si esprime il messaggio, si trova il modo di parlare di sé.

Io scrivo, lentamente.

Scrivo, tra un pensiero e l’altro. Il viaggio è anche questo: fermarsi, fare il punto, raccogliere i pensieri, le idee, le considerazioni, le conclusioni.

Il viaggio vero va piano. Ti dà il tempo di annusare l’ambiente. Non è la furia del più cose in meno tempo, ma lo stillicidio lento di gocce che nell’eternità hanno sublimato stalattiti e stalagmiti creando cattedrali a cui l’uomo si inchina.

E tra una goccia e l’altra i pensieri hanno il tempo di fissarsi nella mente e su carta. Come incisioni di sangue su pietra vergine.

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