La signorina Altix è entrata in servizio.

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Gitarella a Tolfa. Ho voglia di provare la Altix.

Peschiamo nel mucchio e tiriamo fuori una delle pellicole scadute fornite da Martina. Grazie Martina.

Non avevo mai caricato una macchina fotografica passando per il fondello. Pensavo si trattasse  di una cosa più complessa, invece, senza mai aver sperimentato prima, apri la macchina, eviti di tirare i pezzi alle persone intorno, tiri fuori il nottolino, prendi la pellicola, agganci al nottolino, metti tutto dentro, ti accerti che sia in posizione, metti un po’ in tensione, chiudi tutto, carichi e via…. macchina pronta.

Vabbé, qualcosa di tecnologico tocca usarlo: l’esposimetro. La Altix non sa neanche cosa sia l’esposimetro. Tanto meno conosce la messa a fuoco automatica. Ma poi in realtà, si va veloce: calcoli la distanza, imposti messa a fuoco e diaframma. carichi la pellicola, aspetti il click, carichi l’otturatore, punti e infine, nel frattempo sono passate due ore circa, scatti… a un’altra cosa che la precedente se ne è andata.

No scherzo, dopo le prime incertezze, si va quasi in automatico. La macchina reagisce pronta, quasi meglio della fuji. Non esiste lo stand-by, esiste il : ricordati di mettere a fuoco.

 

Piaceri infiniti.

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C’era una volta il digitale. Digit uber alles.

Ma anche no. Il piacere é toccare, attendere, soprattutto attendere. E nel frattempo cerchi una soluzione, una via per trasformare la foto anche in quel digitale necessario ormai per condividere con gli amici, ma soprattutto per condividere la gioia di un processo che è stato snaturato e che ha trasformato una magia in qualcosa di abusato senza sentimento.

Non stò più nella pelle, sono riuscito, dopo tentativi infiniti, delusioni, soldi buttati!

 

Bologna, cronache marziane

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Ho un lungo elenco di posti da visitare.

Bologna era tra questi. Tante volte ci sono andato, ma sempre per motivi Majaleschi e quindi, mai ho avuto tempo per dedicare un filo di attenzione alla città.

 

Partiamo dal NONSIPUO’ di recente memoria. NONSIPUO’. Una delle più intriganti risposte che ho ricevuto ultimamente… speriamo che non avvenga quando sarà l’ora dell’agognato stipendio.

Mezzo di trasporto scelto ITALO, guarda caso e’ lo stesso mezzo scelto per andare a Firenze, stesso numero…. quasi stessa sfiga.

Intanto i signori di Italo, se provi a chiedere il cambio di posto, per qualsivoglia motivo, ti rispondono: NONSIPUO’. Minchia, voglio solo spostarmi: NONSIPUO’. Per fortuna che il ‘Train Manager’ è più elastico, e un cambio di pari categoria, a patto di non gettare nessuno fuori dal vagone, non viene vietato a priori. Unica raccomandazione, magari, avvisare dove si lancia il passeggero di turno, che mandano una squadra a pulire gli avanzi.

Bologna, Bologna… alla fine eccoti.

E ci sono i lunghi corridoi, sali sali sali, cammini, dopo due giorni, incrocio qualcuno, dopo tre giorni vedi la Madonna, dopo quattro, trovi i resti di chi si è perso prima di te.

E poi mi dicono Kiss and Ride.

Ma sei ancora lontano dalla luce. Lunga è la via per la luce, se poi passi mezza giornata al bagno, la speranza di uscirne vivo crolla miseramente.


Ma alla fine ce la fai, arrivi in superficie. Scopri che c’è ancora vita.

Tralasciamo che la parte succosa è arrivata nel pomeriggio, intanto….

La visita al MAST. Bella struttura, moderna, interessante, non c’e’ che dire, se non che la mostra mi ha un filo, anzi un rotolo di filo deluso.

Mi aspettavo di ammirare l’opera di W.E.S. (Al secolo, per voi ‘gnurant, William Eugene Smith) in tutto il suo splendore. Se avessi saputo, magari avrei visitato qualche museo civico di Bologna. Immagini un filo male illuminate, scure, difficili da osservare, oltre che max 30×20 che non aiuta. Ieri sera, a casa mi sono ripassato la stessa mostra andando a cercare le immagini online della presentazione e altre che si trovano in giro. Risultato: Decisamente meglio. Peccato, perché, questa era l’opera che W.E.S. considerava più alta e più complessa.

E della mostra neanche una foto, vabbé, tanto si vedeva male, ma essere educati, spesso non paga. Poi ti arriva il pirla e lo vedi scattare foto come se niente fosse. Per punizione non ho preso il libro. Io cattivo sono.

Bologna, resta sempre Bologna, un mare di tette e chiappe decisamente con un buon trasporto pubblico, dove, per noi che non siamo troppo abituati all’ordine, la gente sale davanti, raramente sale al centro. Noi siamo troppo abituati a passare anche dai finestrini. Per Noi, intendo Noi romani. Vuoi mettere il gusto di impedire alla gente di uscire, e il gusto di chi decide di uscire lo stesso usando la propria borsa come aratro.

Torniamo a noi.

Giro in centro, un aperitivo, uno spritz, e una passeggiata in attesa del treno per casa. La proprietaria del locale è Francese, il compagno è Italico. Furba la tipa.

Bologna è giovane, è vivace, forse molto di più di quanto le mura dai colori della terra vogliono raccontare. Un viavai continuo di ragazzi. L’università è dietro l’angolo, e si vede.

E ora viene il bello. Arrivare dal centro alla stazione è un attimo.  Un Viale lungo et voilà, di nuovo vicino ai binari. Lo dico sempre che non riesco a starci lontano.

Via nei meandri del sottostazione, negli inferi del trasporto ad alta velocita’.

tra chi parte, chi saluta e chi transita.

Alla fine, non ho sentito i messaggi, o non li hanno dati per tempo, fatto sta’ che ho perso il treno. Si, l’ho perso, e ho preso quello dopo. E pure altri, come me, lo hanno perso. E ho rifatto il biglietto per quello dopo. Con un certo rodimento, a dire il vero, un forte rodimento!

E via verso nuove avventure, crollati dal sonno di una giornata piena, prontoia cercare altre vie.

E cercare in ogni angolo un nuovo riferimento e un nuovo spunto.