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Rumiz

Ho scoperto Rumiz con il libro sull’Appia Antica, sul viaggio da roma fino alla fine del mondo, fino a Brindisi e più avanti.

Ha risvegliato in me quella curiosità di conoscere il mondo che ultimamente si è un po’ acquietata.

Un’ulteriore chicca si è aggiunta con il testo sui treni, sul viaggio con le ferrovie secondarie d’Italia che per me è quasi come pane quotidiano visto che da venti anni viaggio su treni di ogni tipo.

Nel tempo ho raccolto, leggendo i suoi libri dei tratti, delle frasi che sottolineano il significato del messaggio che Rumiz mi ha comunicato.

Una serie di punti mi hanno colpito:

La ferrovia ha un suo sound. Anzi, ogni linea ne ha uno: te ne accorgi anche andando a piedi.

Arrampicarsi fin lassù tra i rovi, montare sul parapetto e fare pipì sulla ferrovia, in bilico sul più bel paesaggio del mondo. Atto liberatorio? Rituale iniziatico? No, quella è roba per intellettuali. Noi semplicemente segniamo il territorio. Come i cani.

Il treno, ha detto qualcuno, è una visione laterale della vita; non fai in tempo a vederla ed è già passata.

Siamo frullati, abbiamo voglia di un letto buono. È pazzesco quanto il treno riesca a sderenarti. Altro che bicicletta. I cambi di ritmo ti mandano il cervello in pappa.

Gli annunci dei treni hanno un sapore speciale. Ricordo “Stanford is the next!”, secco come una fucilata, fra Boston e New York; il temporalesco “Hamburg Altona”, alla stazione dello Zoo di Berlino. O l’arrapante “Krpotkinskaja”, nel grande metrò moscovita.

Siamo su un treno italiano, arioso e chiacchierone. Fuori, scarpate di mille, millecinquecento metri di boscaglia.

Ci dicono che i capistazione della Sangritana sono quasi tutti femmine. Personale molto speciale: due volte al giorno mollano i fornelli ed escono in ciabatte a controllare il passaggio.

Immaginate una littorina che diventa orchestra dixieland, vola sulle montagne al suono di La stangata, batte il tempo e sculetta come una mignotta.

Panico, urla, proteste. Interviene il controllore. Capisco che la fregatura arriva da quel maledetto treno a forma di supposta, con il culo eguale al muso, che non sai mai da che parte abbia intenzione di andare.

Uscendo da una taverna con la pioggia, ha guardato la città medioevale e ha detto: “È solo per una piazza così che Dio non stermina gli italiani”.

Ci ho messo tempo a fissare sulla carta le tracce per poi ricostruire il viaggio. Ma a un certo punto ero sicuro di aver trovato il filo, il bandolo, la chiave.

Un inviato speciale a viaggiarci accanto è persona normale, ragiona a voce alta e forse fa troppe domande, ma a parte questo non è molesto.

A quest’ora, se fossimo davvero sulla Transiberiana, un’inserviente tettona con i capelli raccolti a bulbo ci porterebbe una vodka.

Un mare di case, orti, condomini, antenne televisive, alberi di noccioli, fabbriche, masserie, torrenti, cantieri, campi di pomodori.

A me serve un po’ di vuoto intorno, ma il casino non mi disturba, purché mi ignori; se sento il vuoto, diventa più facile trovare le parole.

Ma è un attimo, perché la meraviglia dell’attimo presente vince sul ricordo: oltre la penombra delle colline, oltre la prima luminescenza dei paesi, immensa, fosforica nel cielo viola, compare un’altra fantastica icona.

Uno scossone e si parte nella luce bassa del mattino, la 668 fa tu-tun in mezzo a lecci, lentischi e rocce emergenti. Lo scompartimento si riempie di profumo di mirto. Abbiamo deciso: d’ora in avanti viaggeremo su treni con finestrini apribili. Niente aria condizionata, niente treni che somigliano ad aerei.

La motrice scava ancora, grufola come un maiale da tartufi, entra in un altro tunnel con all’ingresso due fasci littori. È così freddo che d’inverno produce impressionanti formazioni di ghiaccio. Altro che Siberia: ogni mattina bisogna mandare quassù un carrello speciale a spaccar stalattiti. “Un giorno,” racconta il capotreno, “la motrice riuscì a fare tutto da sola.” Picchiò a testate lente, ripetute, inesorabili. Poi la colonna crollò sulle rotaie e schizzò fuori come un bob a quattro.

Le masse vanno, si ingolfano nel sottopassaggio, si fanno risucchiare a ritmi da film muto nel più micidiale collo d’oca del paese.

Ecco, l’Italia è anche questo. Gente simpatica e bambini grassi che viaggiano senza sapere dove sono, a bordo di un treno caciarone, dove la musica è scritta da altri.

I veri no global sono loro, i vecchietti terribili di Parma. Li vedo uscendo dalla stazione, dal treno che ci porta in Liguria. Hanno occupato le “terre di nessuno” ai lati della ferrovia e le hanno trasformate in orti: piselli e rucola, scalogno e cipollotti, fave e zucchini a trombetta.

Mi sento impregnato di treno: è come se i succhi gastrici della nazione mi fossero entrati nella pelle.

Sei in un labirinto che disorienta: credi di avere il paese sulla destra, poi entri in galleria e quando ne sbuchi te lo ritrovi a sinistra.

ci dice solo di sbrigarci: “’U trenu unn’avi a ’spittari a noi,” ride, “semo noiatri ch’avemo a ’spittari ’u trenu”.

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