Calcata, secondo me.

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Calcata, un blocco di tuffo in mezzo ai boschi.

Spunta solitario, abbandonato dai suoi vecchi abitanti rimpiazzati da artisti e creativi che hanno trovato il loro paradiso.

Vale la pena perdersi, in questo paese silenzioso, dove la gente si ferma ancora a chiacchierare sulle scale della chiesa e scambia battute con chi passa.

I gatti ti guardano sorgnoni, stirandosi pigramente al sole di una bollente estate.

Piena di turisti di giorno, silenziosa e bella di sera, dove spiriti antichi ti tengono la lampada e ti spingono a esplorare ogni vicolo.

Questa e’ la versione in bianco e nero. Mi ricorda anni antichi quando ancora non calpestavo questo mondo.

Ho portato con me Rolley biottica caricata con ilford fp4+ e la Bessa con la pellicola LomoPurple e la kodak 200c… Le ho lasciate giocare, le ho guardate prendersi gioco degli ambienti. la Rolley seriosa, la Bessa sempre più sbarazzina, amiche di tanti pensieri.

Kodak TriX 400

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Ok, ce l’abbiamo fatta. Finalmente.

Ho sviluppato, o meglio, dovrei dire, dopo alcuni secoli, ho ri-sviluppato un negativo.

Ma un conto farlo quando la pellicola, ancora, era roba comune, un conto farlo nell’era del digitale, del niente elettrico.

Partiamo dalle basi:

Kit fai da te: misurini, contenitori da un litro, bottiglie di plastica scure.

La tank era già in mio possesso, preveniente da un garage di non so chi.

Gli Acidi gentilmente acquistati su Ebay, come il termometro, come i misurini, come le bottiglie, come i lecca lecca.

Altra roba presa da Ikea.

Acqua demineralizzata per al discount.

Mollette per stendere i negativi rubati alla consorte.

Varie ed eventuali prese in giro, anche da cinesi. Sapone preso in bagno.

Dopo aver cercato la serata adatta, ho scelto proprio quella in cui tra mal di schiena, mal di gambe, mal di ginocchio facevano a gara a chi dava più fastidio. Montarsi una cucina è roba da squilibrati, sappiatelo!

Ok…. Let’s go.

Primo passo: portare l’acqua a temperatura. Nel mio caso, 24 gradi. Ho una pellicola, la prima triX, tirata a 800, scattata in una notte incasinata e seguendo i consigli del vecchio Pork-Chop Express che sono preziosi, specialmente nelle serate buie e tempestose, quando qualche maniaco alto due metri e mezzo e con l’occhio sanguigno vi artiglia il collo e vi pianta l’unica testa che avete contro la parete di un bar chiedendovi se avete pagato il conto… Ah, no, questa e’ un’altra storia.

Mezz’ora per arrivare alla temperatura giusta o quasi. 24 gradi, uno scherzo, il termometro mi ha maledetto.

Acidi preparati, timer messo, verificate diciotto volte tutte le procedure.

Via, mettiamo la pellicola nella tank. Come tutti i bravi maniaci, chiuso in bagno, solo soletto, costruisco al volo una dark-bag con la mia maglietta di cotone super sudacciata. No, non e’ vero. Se lo fosse stata, la pellicola si sarebbe sviluppata da sola, senza acidi.

Comunque, chiuso in bagno, dicevo, maglietta avvolta attorno alle mani, tank aperta, vai di apriscatole, con ovvie difficoltà causa vecchiaia, artrite e onestamente, poca dimestichezza nell’aprire contenitori di rullini. Ma alla fine ho vinto. Ho dovuto tirare fuori la pellicola 10 volte e ricominciare da capo, ma ce l’ho fatta. Semmai, ho fatto bene ad avvolgere mani, tank, spirale e tutto l’ambaradam nella maglietta: l’occhio abituato al buio percepisce le più minime fonti di luci e effettivamente da sotto la porta e dalla finestra chiusa qualcosa trapelava. Ma io sono previdente, sono!

Fatto!

Ora sotto con gli sbattimenti, non i miei, quella degli acidi. Secondo DevChart, la mia pellicola andava sviluppata a 24 gradi per 6.5 minuti con diluizione 1:25. E cosi’ ho fatto. Seguiti i consigli, fino ai tre lavaggi finali stile Ilford. Gira, rigira, rigira ancora, sbatti tre volte, invoca i santi, aspetta il minuto, ricomincia. E’ una bella soddisfazione che quei gesti un po’ porcelli sono la premessa di una cosa bellissima.

Tempo stimato: una mezz’oretta. Tempo effettivo: Tre secoli e mezzo, almeno, tanto mi e’ sembrato.

E dopo aver allagato la cucina, sciacquato il mondo, lavato tutto… sotto col miracolo.

Aprire la tank e tirare fuori una pellicola fradicia, ma bellissima. Vedere le proprie immagine fissate sulla striscia di plastica. Guardare i propri danni fotografici pensando al processo che si è appena concluso. che non si sa se è un miracolo o un colpo di posteriore ben assestato.

Quella pellicola così delicata, morbida, sgocciolante. Le immagini che si intravvedono. Il desiderio di guardarle e riguardarle senza nemmeno togliere l’acqua in accesso.

Ultimo step, farla asciugare: la doccia una mano santa. Cerco di resistere alla voglia di guardare e riguardare e l’appendo, come un salama sul telaio e la vedo penzoloni. Domani mattina me la gusterò in tutti i modi.

Ceri con la x700

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Piccola gita a Ceri, al seguito la X700, come al solito. Le digitali restano a casa. Gne la fo’, ovvero, preferisco sentire il bel clang di un otturatore che il beep di una digitale.

Una domenica qualsiasi, tra una cucina, un pavimento e non so’ che altro, sempre alla ricerca di qualcosa per casa.

Decisione unidirezionale, si va a Ceri, il piccolo centro vicino Cerveteri. Approvazione Unanime, ovvero io dico, io guido.

Centro piccolo veramente. Lasci la macchina a valle, ti fai un scarpinata di qualche minuto e ti ritrovi al centro di Ceri. Una piazza, una chiesa, due ristoranti. Uno splendido panorama nei dintorni. Fine del paese.

La Minolta si comporta sempre bene. Rapida, piccola e veloce. Pratica, soprattutto. Niente orpelli. punti, metti a fuoco, velocemente imposti l’esposizione e vai. Spesso, neanche ti preoccupi dell’esposizione, vai a occhio, che ci si azzecca lo stesso.