Vecchio Faro

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Fiumicino, area del vecchio Faro.

Mi affascina, c’è qualcosa che mi attira in questa parte un po’ losca di Fiumicino.

A suo tempo non sapevo si chiamasse Vecchio Faro. Era solo una struttura che vedevo da lontano senza conoscere il suo nome. Poi, piano piano ho saputo di più, ci sono andato, una, due, tre volte. Volevo conoscere questo angolo, dopo la fine delle case, dopo la fine dell’abitato e del costruito.

Ci arrivi passando per una zona un po’ fatiscente, dal centro di Fiumicino; non e’ difficile, si tratta solo di andare nella direzione giusta.

E lui è li che ti guarda, che domina il mare in silenzio, nel suo abbandono.

Ha un fascino magnetico, mi attira come la carta moschicida. E io mi lascio attrarre.

La foto, scattata con la Canon A1 su normalissima pellicola Kodak 200, e’ stata poi digitalizzata scattando con la Eos5d + moltiplicatore di focale + 50 mm. Poi, una fila di passaggi di Photoshop hanno, ehem, peggiorato, pardon, ottimizzato il tutto.

Torniamo indietro

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Ne sono stregato, sono avvinghiato, sono obbligato….

Ormai ho una malattia che non so se si può guarire e non sono arrivato neanche a metà dell’opera.

Scatti una foto, eviti di guardare il display, che peraltro non esiste, aspetti di finire il rullino, oddio, ma quanto ci metto a scattare queste foto?

Di corsa porti il rullino a sviluppare, sperando di aver fatto tutto per benino, che il laboratorio non si perda il negativo per strada e tutta la sequela di preghiere che si rinnova a ogni sequenza.

Pigli sti negativi, li guardi e in parte pensi: ma perché mi ostino a diventare scemo quando con la Xpro o la Canon potrei fare tutto con 1/10 del tempo senza peraltro spendere i soldi tra rullo e sviluppo.

Ti sei fatto una guida con la balsa per rifotografare i negativi con la digitale. Una guida che come la guardi si spacca in mille pezzi tanto è delicata e la colla è sempre pronta a darti man forte.

Hai una scrivania che sembra il piano di lavoro a mezzi tra quello di un fabbro e quello di un falegname, tra cacciaviti, taglierine, viti, tubi di colla, pezzi di macchine fotografiche, tastiera e monitor e mouse e accessori vari. Ormai, gli unici spazi utilizzabili sono quelli della cassettiera o il piano del collega vicino, tanto il tuo spazio è ingombro di roba.

E la piramide cresce a ogni pacchettino di Ebay che giunge alla porta. Ricordati, Ebay è tuo amico e anche la tua rovina.

Scatti sta foto con la digitale, importi, via di Photoshop. Minchia che chiavica di esposizione, rifacciamola va. Negativo, cmd-I, inverti immagine, inizi le correzioni e più la guardi e più pensi che il famoso pensiero del ‘chi me lo ha fatto fare’ assume un’importanza quasi divina.

Ci provi, ci riprovi, niente, l’esposizione fa proprio schifo, la rifai, la converti in bianco e nero e pensi all’infinità di immagini che già hai visto in giro e alle quali, in qualche modo, piuttosto remoto, la tua si ricollega.

Sei felice. In più sai che oggi, festeggi il giorno in cui qualcuno ha deciso di metterti al mondo; in fondo ti sei appena fatto il regalo che più desideravi.

Un sorriso ti sfugge e tutte le minchiate a cui assisti quotidianamente e che ti fanno salire il veleno di quello forte, scivolano via. Per un attimo, breve, tutto cambia.

Ma chissenefrega.

E ora?

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I negativi si ammucchiano, stanno aumentando, nasce un problema: come li digitalizziamo?

In mente due soluzioni, ma per il momento non so’ quale usare:

Compro uno scanner per negativi (il precedente scanner me lo hanno ciulato) magari con un buon numero di pixel.

La seconda, sicuramente meno percorribile, mi faccio fare la scansione dal negozio, ma la questione costicchia e non poco.

Il punto base e’ la scelta, ovvero quale ci teniamo, quale buttiamo alle ortiche?

Grande dilemma.