Diapositive

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Come non restare a bocca aperta davanti a un rullo colore positivo di Fuji Sensia scaduto  in un anno domini qualsiasi che ti ripropone una magia d’altri tempi.

Non avevo nessuna certezza che uscisse qualcosa di buono. Un rullo scaduto, acquistato online, trattato e conservato chissà come, quale risultato avrebbe potuto garantire?

Al laboratorio di fiducia avevo anche chiesto di tagliarlo a strisce da 6 come per i rulli negativi normali. Gli sviluppatori hanno deciso di lasciare il rullo intero.

La speranza, poi, ogni tanto viene ripagata.

Srotolarlo ora è come toccare l’oro. Immagine vive, luminose, meravigliose. Non riesco a non emozionarmi davanti questa magia. Sono in treno e non posso gustarmele a pieno; sto come un bimbo davanti al pacco da scartare. Devo aspettare di arrivare almeno a casa. Non so se ce la faccio. E non so se a casa riesco nell’impresa.

È una sensazione che non posso definire. Veder nascere qualcosa che nulla a a che fare con i numeri binari.

Stop

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Blog, fotografia, in treno

Ebbene si. A uno dei varchi per accedere ai binari della mia stazione preferita, mi hanno fermato perché avevo una macchina fotografica professionale.

Ok!

Di solito arrivo con macchina in mano, telefonino all’orecchio, affannosa ricerca dell’abbonamento nella borsa; tutto assieme, appassionatamente, evitando scontri, urti e cadute.

Una volta fermato e appurato che SI, effettivamente io avevo una macchina fotografica professionale, ho chiesto il motivo dello stop.

Pareva infatti che causa problematiche causate da un’altro fotografo, era in quel momento in atto una ricerca, un blocco, non so cosa di un fotografo con macchina professionale.

E guarda caso sono capitato al varco.

La tipa, ha subito chiamato rinforzi.

Ricordando loro che salvo blocchi per motivi di sicurezza, intralcio alle attività ferroviarie e turbativa, non è vietato fotografare, magari è vietato fare cazzate e comportarsi da cazzari, ma nessuno, tanto meno le varie circolari, impongono, sempre per quanto ne so – corigetemi se erro – si può fotografare liberamente. Ovvio il rispetto, un minimo di riservatezza….

Sguardo

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Un fotografo importante non è soltanto l’immagine che pubblica nei musei, ma quello che attraverso quell’immagine, riesce a ribaltare nei tuoi equilibri. Paolo Pellegrin, un altro fotografo di guerra. Ne ho visti tanti, ho letto di tanti, ho i libri di molti – non di tutti, altrimenti sarei sotto i ponti. Scene forti, sangue, morte, sofferenza. Ma anche poesia, denuncia, messa in piazza del dolore affinché con quel dolore, forse,  si possa evitare altro dolore. Altro dolore…. Dubito che qualcuno ci creda ancora. All’umanità piace la morte. Quasi, neanche tanto quasi,  la cerca prima ancora della vita e la giustifica con quel concetto  che chiama speranza pur di potersi guardare allo specchio senza mordersi l’anima. Semmai c’è l’ha mai avuta, un’anima. Una specie di musica suona tra le foto. Un filo che le lega. E tu che hai nel sangue la voglia di scattare immagini che ti diano energia e spinta, davanti a questi manifesti di varia umanità sanguinolenta continui a pensare cosa, con i tuoi miseri click, puoi fare verso di te e verso gli altri.  Ma prima di tutto verso di te. Che strano; quell’esigenza di mostrare tutto a tutti è andata a farsi fottere. Non te ne frega più niente, parli solo quando serve e le tue immagini si riducono a pochi pensieri mostrati ad ancora meno persone e neanche troppo spesso. Le tue immagini sono diventate cose private come i pensieri che ti tieni dentro e raramente mostri. Sei fermo davanti a questa rappresentazione stampata con la bocca spalancata e la mandibola caduta legata con lo spago e magari ti immagini a scattare situazioni simili quando, in realtà,  hai problemi pure a riprendere il secchione li di fuori. Vai avanti piano, ti sposti da un’immagine all’altra in punta di piedi cercando di non fare rumore, preso quasi dal terrore di rompere quell’equilibrio già precario tra te e quello che intercettano i tuoi occhi. Ssssth, silenzio.