Notti di pellicola (pensieri svincolati di un pendolare)

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Apparenza.

Vedere, sentire, toccare, respirare, assaporare: questo è il vero segreto; che tutti i sensi partecipino alla festa.

Passi le serate a sviluppare rullini, a giocare con gli acidi che magari ti viene voglia anche di prenderne una sorsata; fa caldo, un po’ troppo.
Ormai per raffreddare e portare l’acqua alla giusta temperatura usi i ghiaccioli.

Studi soluzioni.
Cerchi modi per migliorare la qualita’ di questi negativi.
Approcci soluzioni diverse, con tempi e metodiche diverse. Agitare tre volte, alzare il piede sinistro, sollevare la mano destra e dire: un caffè!
Prendi appunti a ogni passaggio; il terrore di perdere memoria degli esperimenti fila sottile.

Perche’ si mettono tutte la giacchina? mica siamo al polo. Cazzo, fa’ 40 gradi. Siamo una delle città più bollenti d’Italia.

Il timer non si ferma, ogni trenta secondi bisogna fare due rovesciate calme di questa benedetta tank.
Rovesciate calme, voglio dire, spiegare cosa significa ‘rovesciate calme’. magari a me viene in mente ribaltate che non sono proprio cosa calma. Chi mi conosce sa che significato ho in questa mente marcia.
Nel frattempo speri che l’esperimento dia, ancora una mezz’oretta di passaggi e salto degli ostacoli, la sua bella e definitiva risposta.

Non c’è appello: o viene qualcosa o perdi la giocata.

Ogni volta un’emozione, aprire la tank, vedere quell’ammasso di plastica bagnata, morbida al tatto,
delicata all’apparenza, incredibile nella sostanza.
Ci sono macchie? no.
Ci sono striature? no.
Si vedono cose strane, che so, marziani, elefanti zebrati, mucche con la parrucca? nulla.

Cerchi l’immagine. La cerchi con un filo di ansia. Quando la pellicola e’ ancora arrotolata nel caricatore, si vede poco, non si capisce se c’è qualcosa o solo un sogno che svanisce all’istante.
Ma poi, eccoli! Tutti i fotogrammi! Tutti ti salutano e ti sorridono, danzano con te. Finalmente liberi.

Questa qua’ davanti a me, in treno, e’ mezzora che si tira i capelli, così unti che sembrano immersi nell’olio per motori diesel.

Prendi quel materiale con delicatezza,; lo tiri fuori dal contenitore, lo srotoli e finalmente hai davanti gli occhi la meraviglia
di un’immagine che si e’ formata dal nulla. Una magia.

C’è una promessa di bellezza in tutto questo.
È un gioco tra le tue mani e i mille liquidi con cui devi entrare in contatto. Un gioco sensuale, magico.

È un gioco che stuzzica, scatena mille attese, mille fantasie.
Non vedi l’ora di vedere, ringrazi per dover attendere invece un tempo mai definito.

Nota: mille pensieri, pensate un po’? Li scrivo in treno mentre torno a casa. Oddio forse la mia casa e’ proprio questo treno che ogni sera mi riporta a nord di Roma.

Oggi, il mio compaesano, quel ragazzo di colore, Jonathan, sempre solare, mi dice che lui sa! Mi vede ogni mattina. Mi tiene d’occhio, e sa dove mi siedo, quale vagone prendo, se al piano basso o salgo di sopra.
È un ragazzo incredibile. E’ incredibile, ogni volta, sentirsi chiamare “paesa’”, da un omone il doppio di me, con la pelle colore dell’ebano e un sorriso che non so nemmeno da che parte inizi.

Nota (che alla fine di un post ci sta sempre bene): questo testo è nato in treno, nel vagone giornaliero; e come al solito, finisce a ore strambe, quando il mondo dorme e tu conti lenticchie.

Tre: Il bar

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Era una serata fredda. D’inverno sempre freddo è, ma nulla impedisce a chi lo vuole di mettere il naso fuori casa e cambiare la propria serata.

Una pizza, una passeggiata e qualche birra. Erano in tre. Tre adolescenti in vena di allegria.

L’idea di vedersi non era nata per caso. Un germe cresceva e desiderava prendere forma.

C’era qualcosa che li legava insieme. Qualcosa che impediva loro di perdersi. Qualcosa di magnetico, qualcosa di eccitante.

Già durante la cena, gli animi avevano sublimato il piacere di stare insieme. Quello sfiorarsi, quel guardarsi, le battute più o meno pungenti. Gli argomenti comuni, il piacere di confrontare i proprio pensieri, il desiderio di scambiare se stessi con gli altri come in tempi passati scambiarsi le figurine. Ora si scambiavano pezzi di anima.

Roma ti strega.

Tre il numero perfetto.

L’aria fredda al punto giusto, ma la passeggiata dopo il pieno di carboidrati era quasi d’obbligo. Camminare era una piacere comune. La voglia di scoprire l’universo insieme era di quanto più desiderabile ci fosse. La gente li sfiorava appena. Tra risate e battute.

Quel bar a metà della via li stava chiamando. Da fuori non sembrava granché ma chiamava i tre con i loro nomi. Come le sirene che dallo scoglio chiamavano i naviganti con i loro canti e la loro avvenenza.

La ragazza al banco, non fece caso tanto a loro. Forse sentiva l’energia che i tre condividevano, ma il suo compito era stare li e servire i clienti. I nomi dei caffè proposti erano tutte situazioni altamente elettriche, sensuali, attraenti. L’elenco attaccato al muro era piuttosto lungo. Ogni formula portava un nome che nascondeva un programma.

Fu un attimo, un istante. Neanche se ne accorsero. Anzi, a dire il vero, sembrava tutto assolutamente come prima. Ma qualcosa era cambiato. Non era cambiato nulla. Era cambiato tutto. Fuori il mondo era vuoto. Erano rimasti solo loro tre. Non c’era più nessuno da incrociare. Il mondo, ora, era tutto per loro. Anche il bar appariva ormai lontano. Quasi evanescente.

E in un mondo vuoto, dove tutti erano chissà dove, di certo non qui, si ritrovarono abbracciati, tutti e tre. I loro spiriti si muovevano all’unisono. Ognuno perso nella musica del proprio Io unito a quello degli altri.

L’eccitazione per la serata li superava. Forse un l’alcool aveva contribuito. I loro corpi erano talmente vicini, che potevano essere scambiati benissimo per uno solo. Ma non c’era nessuno a osservarli. Erano soli. Il mondo gli aveva riservato un angolo privato e stava suonando una melodia esclusiva per quei tre. Il futuro era tutto per loro.

Quei tre ragazzi erano legati.

Domani sarebbe stato un nuovo giorno da affrontare, la scuola, la casa, la palestra, le solite storie. Ma ora c’era un motivo in più per fare le cose nel modo giusto. Quel legame che non si sarebbe sciolto.

Piaceri infiniti.

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C’era una volta il digitale. Digit uber alles.

Ma anche no. Il piacere é toccare, attendere, soprattutto attendere. E nel frattempo cerchi una soluzione, una via per trasformare la foto anche in quel digitale necessario ormai per condividere con gli amici, ma soprattutto per condividere la gioia di un processo che è stato snaturato e che ha trasformato una magia in qualcosa di abusato senza sentimento.

Non stò più nella pelle, sono riuscito, dopo tentativi infiniti, delusioni, soldi buttati!