Vaccino, si comincia.

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E via, abbiamo portato a vaccinare la quasi ottantenne.

Pochi minuti. C’è voluto di più a organizzare la cosa che portarla a compimento.

Un attimo, il tempo di entrare, compilare qualche foglio, le patologie, e in pochissimi minuti era già sulla poltroncina con una corposa infermiera pronta con la siringa in mano.

A parte che ho visto una velocità di esecuzione fuori dal comune, segno che quando serve, siamo veramente capaci di tutto.

Forse una piccola critica potrei rivolgerla alla massa di pecore che per entrare si affollava come a una festa paesana, ma i vecchietti si sa, non amano questa nuova forma di vita e si ammucchiano proprio loro che dovrebbero stare a dieci metri dal resto del mondo.

Tutto in un attimo.

Signora, di la ci sono due salette – l’infermiera attenta da le indicazioni del dopo – si sieda e attenda per un quarto d’ora. Se avesse bisogno ci faccia chiamare, siamo tutte qua. Una signora spaventatissima accanto alla mia, sputa lacrime. La paura di questo passaggio l’ha portata al limite.

Finalmente abbiamo modo di liberarci di questo peso che ci sta’ logorando da dentro, più che i polmoni, ci sta distruggendo le menti.

Eppure il mondo ha paura. Ha paura di liberarsi del flagello. Rifiuta la cura non si sa bene per cosa. Ascolta le cassandre chiusa nella sua piccola casetta. Rifiuta la possibilità di tornare a respirare in mezzo alla strada, senza costrizioni, senza limiti. Rifiuta il tornare a guardarsi in faccia e a sfiorarsi anche tra sconosciuti. Ho questa sensazione. Meglio stare chiusi nel proprio buco a marcire fino alle ossa, vero?

Certo, qualche rischio c’è, come sempre c’è quando facciamo qualsiasi cosa. Ma rischiare ora vale il tentativo e soprattutto la riconquista di quello che abbiamo perduto e che possiamo migliorare.

E mentre stavo mettendo la giacca e mi stavo congedando, lei: “Sai di che ho voglia? andare a mangiare del buon pesce a Fiumicino. Come finisce questa storia, mi ci porti?”