Lab Box

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E’ un bel scatolotto per sviluppare in casa, senza particolari precauzioni sulla tenuta di luce, le proprie pellicole.

Va bene per i rulli a colori o quelli in bianco nero.

Permette di fare tutto lo sviluppo stando comodamente seduto con una birra fresca in mano.

Di base si fa con una mano sola.

In italia si puo’ trovare su ars-imago. Io ho usato i miei canali!

L’arnese e’ comodo, suggerisco di prendere anche la manovella aggiuntiva, si lavora meglio.

Metti pellicola, verifichi temperature, vai di timer, vai di liquidi. Sporchi poco, non diventi scemo a caricare le tank, veloce, o meglio piu’ efficiente rispetto a lavorare con la tank. Sarebbe interessante aggiungere un piccolo motorino che fa girare la manovella in modo autonomo… Vediamo se un arduino aiuta.

Sono passate ormai diverse settimane, quindi mi sono gustato l’arnese un po’ in tutti i modi, anche facendo qualche cazzata:

Intanto, seguite attentamente le istruzioni, altrimenti, se saltate qualche sfumatura rischiate di non poter tagliare la pellicola col giusto strumento, rischiate, come è successo a me, di far uscire la pellicola dall’avvolgitore arrotolandola talmente stretta che praticamente non l’ho sviluppata nonostante gli acidi fossero nella giusta sequenza.

Fate attenzione, insomma, ai particolari, come l’ultima volta, il non aver stretto a sufficienza le due parti che sorreggono il negativo, me lo sono ritrovato tutto arrotolato da una parte.

Per il resto, che dire, è decisamente valido. Preparati i liquidi e portato tutto alla giusta temperatura, il risultato è praticamente garantito.

Punti di Vista

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Quantità, qualità o entrambi?

Bel dilemma.

Meglio scattare poche foto, soprattutto ora che ho ripreso a cliccare sulla ferraglia analogica?

Oppure avere libertà di scatto all’infinito, salvo batteria e passare poi il resto del tempo a riguardare mila scatti per selezionarne gli stessi che selezionerei con l’analogico?

Il primo aspetto ha un limite fisico, di pelle, direi: la pellicola costa; costa acquistarla, costa, svilupparla, hai un numero limitato, devi prevedere sempre cosa e come farai le foto per non rischiare di restare a secco; devi chiedere all’oracolo per ogni cosa, dal tempo alle galline.

Nulla può essere lasciato al caso, gli spazi di manovra sono limitati. Un errore grossolano e niente click.

Col digitale, basta che ti porti batterie e Sdcard. scatti come ti pare, dove ti pare, con la luce che ti pare. Il culo semmai te lo fai dopo per scremare le mila foto inutili e tirare fuori scatti utili.

Ecco forse la differenza è tutta qua:
Il digitale guarda alla quantità; non serve attizzare l’ingegno per avere tra poche foto scattabili il maggior numero di fotogrammi utili. Ti dicono di scattare come se non ci fosse un domani. Non serve tenere acceso il cervello, tu scatta, che un po’ di fortuna ci sta quasi sempre. Anche se non pensi, forse una foto utile viene fuori. Forse.

In analogico, tutta un’altra storia. I limiti sono evidenti fin da subito.

Domenica passata, gita a Napoli, 2 rullini a disposizione, 72 foto. Tirando, 76…. non di piu’. Una giornata con tutto quello che si può beccare in giro per questa meravigliosa città, qualcuno potrebbe portare banchi di memoria da 128G, diciamo una saccocciata.

Io no, 2 rulli. Di certo, la selezione è stata rapida. Quanto tempo ci si metterà mai a fare la scelta. E col passare del tempo ti abitui a scattare meno, a scattare poco ma fare di ogni colpo un centro.

Ecco cosa cambia: la ricerca forzata di una idea prima di scattare, non la ricerca di una idea dopo aver scattato migliaia di foto, senza progettazione o ragionamento.

La vera e unica differenza è tutta qua.

Mi viene da pensare alla nave scuola Vespucci. Potrai comandare navi incredibili con tutta la tecnologia di questo mondo, ma prima devi saper fare un nodo, sapere come mettere le vele per sfruttare i venti, imparare a parlare col mare e sapere come ascoltare ciò che il vento ha da dire. Dopo potrai controllare la tecnologia.

Mi rendo conto che ogni scatto è sempre più ragionato. La memoria scava rapidamente per ricordare se tra gli scatti già fatti ci sia qualcosa che rende inutile quello che stai per fare. Ti domandi,  tra il settare il tempo e regolare il diaframma, se quello che stai per fare può avere un significato, se può tornare qualcosa di utile. Altrimenti lasci perdere e non hai rimpianti, sai a priori che quella è stata la scelta giusta.

Qualcuno ora dirà: ma non è meglio che ti vai a scolare un po’ di alcool? Forse, ora ne approfitto. Tutte questi pensieri filosofici su come scattare.

Ti rispondo: carico una pellicola e vado. ciao. Prima bevo, però.

Storia

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I negativi sono animali strani. Sono silenti, possono stare chiusi in un cassetto per anni e poi di punto in bianco tornano a far sentire potente la loro voce.

Mettere mano a questi negativi è altamente tossico. Soprattutto i più vecchi, di cui non hai appunti, non hai più memoria, non ti ricordi più che facce sono quelle riprese. Magari riconosci qualche posto, in questo specifico caso, anche no, ma di fondo, mancano troppi elementi alla memoria.

A quel tempo la fotografia non rientrava come priorità giornaliera, e non c’era particolare attenzione intorno la foto. scattavo e basta. Avevo quindici anni, giù di li. Di certo non pensavo al valore che potesse avere quel pezzo plastica messo in una busta.

Ora ti sforzi di ricordare quei momenti passati così velocemente e di cui restano solo briciole da qualche parte nella memoria. Qualcosa che si è già perso da anni.

Vai a vedere chi sono queste facce, che facevano, che pensavano. Non me lo ricordo, non ne ho memoria, nulla, di nulla. Il tempo passa, la fotografia resta, ti ricorda momenti, ma senza note aggiunte, restano i buchi, resta solo quella coperta sollevata, ma troppi mucchi di polvere a coprire la maggior parte dei ricordi.

E quando la memoria sta vacillando, metti mano a un ultimo negativo e allora si apre uno spiraglio.

Una faccia conosciuta, persa negli anni passati, mai dimenticata ma ormai totalmente persa.

Ciao Cristiana.