2.33 AM

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E rieccoci. Noi siamo sempre qua.

La notte diventa luogo di pensieri più o meno digeribili. Testa frullatore che fa un rumore d’inferno.

Il sonno, nonostante il crollo da vecchietto, se ne è andato da un po’. Ormai si è schiantato anche lui a forza di tentare di darmi retta. Eppure ieri sera, la spina si è staccata presto. Non mi reggevo in piedi.

In un mondo che si ferma, io continuo a girare come una trottola.

Pensieri, si, tanti: una casa a cui non si riesce a mettere la parola fine, un lavoro che si incasina ogni giorno di più, a una testa marcia che non sa più nemmeno da che parte girarsi, una vita che riflette quanto sia stanco, un continuo vivere a cavallo di una rotaia.

Che fine ha fatto la serenità dei tempi passati quando bastavano due risate per vivere bene?

Ieri è stata l’ennesima giornata di caos spezzato, grazie, da uno splendido istante di sole, per oggi prevedo sangue e polvere.

E io intanto continuo a sbattere la testa contro un muro. E non è la testa che cede.

00:54 AM

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Fermalo quel cervello.

Chi ci riesce, rispondo io. Impossibile fermarlo. Pensieri che si accavallano a pensieri in una bolgia di connessioni senza fine.

La mia testa viaggia, non può fermarsi. Se solo pensasse di farlo, esploderebbe.

Nel frattempo, per occupare un minimo quei pochi neuroni sopravvissuti, cerco un film, un documentario, qualcosa che mi porti lontano.

Vorrei uscire.

3.38 AM

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Ci risiamo.

Siamo qui a rovistare nel secchione dei pensieri scomposti e non reciclabili.

Siamo qui a contare i Licaoni.

3.38. È da un po’ che faccio l’impasto per il pane. L’impastatrice mi gira e mi rivolta. Il sonno mi saluta da lontano.

Ho gli occhi chiusi, ma sono vigile e pronto ad accendere la festa.

Siamo tornati da Prato pieni di idee, ora dobbiamo mettere ordine e cercare di applicarne almeno qualcuna.

Due giorni di stacco o quasi. L’atavica tensione non mi ha lasciato mai, anche se, a buon titolo, non ho avuto problemi di sorta…. Pfiuuii.

Mi sento in colpa per non essere andato da Paolo. Era una situazione a cui tenevo, ma gli altri impicci mi hanno fermato e, ahimè, niente Firenze, sono rimasto in quel di Prato.

Devo andare avanti, cercare di essere coerente con le mie scelte. Non è proprio la cosa più facile del mondo. Le sirene sono molte, qualche volta troppe e non ho, sigh, un fucile a pallettoni per zittirle.

Stavolta il nettare rosso non ha sortito effetti utili. O meglio, forse ha aiutato i giocatori di ruzzola a organizzare meglio il gran premio tra i miei panni.

Come una pera mi sono spento, ma poi la tramoggia che porto in testa si è messo in moto.

Situazioni senza apparente filo sembrano incagliare senza una chiara linea. Tocca solo che attendere e osservare, pronti nel caso.

I conti piangono, di brutto. Raschiare il fondo è diventato il mantra del mentre mi lavo i denti.

Recuperare tutti i crediti, tagliare, o meglio, sospendere tutti i progetti che richiedano impegno economico importante. Ormai si gioca con le voci di bilancio come se si partecipasse a un torneo di Dama. Il problema è che perdo sempre.

Tradotto: sempre grandi casini.

E poi c’è un drago che mi agita, qualcosa di indefinito che spesso mi toglie il respiro. So che sta sfiammando da qualche parte. La sua presenza è palpabile, apre armadi a sorpresa, sbuffa, fa casino. Si vede il fumo salire da mille pertugi. Difficile mantenere il controllo. L’unicorno si dà da fare. Costruisce mille barriere ma crollano sempre. Solo una mazza da baseball ci salverà.

E mentre riassumo una nottata di tempesta, il treno rallenta. Siamo arrivati a Termini. Inizia la festa.