01:00 AM non passo nemmeno dal via

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Dormire? Chi, io? Perché?

Dopo aver consumato gli occhi a guardare serie TV e non avere uno straccio di voglia di chiudere gli occhi, con un cervello che non si ferma ma che brucia ogni attimo in giri inutili, perché dormire.

Fino a che regge, scrivo; fino a che regge, penso, tanto non ci sono alternative.

Da fuori arrivano rumori sordi, tira vento. Sicuramente qualche persiana che sbatte. Ma non ce ne frega molto di mettere il naso di fuori, abbiamo altro da sbertucciare. Se non sbaglio piove pure, ma non cambia il discorso, non vado di certo a controllare.

In totale, col senno di poi e le statistiche del braccialetto, ho dormito 3 ore e poco più. Non male, ho fatto di peggio.

Ma non varia il fatto che sono teso, che i neuroni girano intorno urlando ciechi.

La casa, il serramentista pirla, l’elettricista a cui bisogna spiegare il verso della lampadina, il lavoro che si incasina ogni giorno di più, i mille impegni, il poco tempo, i draghi, gli unicorni; alla fine della fiera non si dorme.

Io non sono un Fotografo

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Posso dire di essere uno che scatta fotografie, posso dire che uso l’immagine come diario di appunti molto personale, ma di certo io non sono un Fotografo con la F maiuscola assai. Io non professo la professione di Fotografo.

Negli anni, tra alti poco alti e bassi parecchio profondi, ho iniziato a guardare le miei immagini non come trofei da mostrare al mondo, ma come punti a cui aggrapparmi per ricordare come la mia storia di snocciola e scorre via. La foto che mi lascia qualcosa, la foto che mi racconta capitoli, questo è quello che desidero. Qualcosa che sia mio, che mi racconti, che mi parli. Se viene letta da altri, che peraltro mi frega ma fino a un certo punto, spero che il suo messaggio sia chiaro, altrimenti tutti possono chiedermi: Aho, ma se po’ sapé che voi di’ con quella foto?

C’è un fotografo che seguo ormai da qualche anno e che propone sempre spunti di riflessione, che racconta la sua strada, la sua città dall’altra parte del pianeta. Le sue esperienze più o meno lontane dai miei metri. Racconta di una fotografia usata come rappresentazione dell’esistenza che si srotola intorno a lui e di cui lui è un registratore attento e pronto.

Non dico che tutte le sue foto mi piacciono, alcune non riesco a capirle. Ma capire cosa?

Capisco l’immagine che vedo, delle persone, una strada, delle costruzioni ma non intravvedo il filo logico che le trasporta verso di me. Non tutte le cose delle persone che abbiamo intorno ci sono chiare o debbono per forza essere chiare. Dobbiamo interpretare, immaginare; magari ci prendiamo magari no, intanto andiamo avanti. Costruiamo connessioni.

Eppure, i suoi pensieri, il modo in cui contorna i suoi scatti, il fatto che più che fotografia sembrano parole che raccontano di posti lontani ma alla bisogna, neanche così tanto e se non fosse per le facce, qualche cartello, potrebbero essere benissimo riprese nella via qui di dietro, mi dicono che quelle foto sono semplicemente gli elementi del suo ragionamento che per quanto oscuro mi lancia dei messaggi da capire se apro la mente nel modo giusto.

Una foto che va assimilata nei tempi giusti, senza fretta, senza bruciare le tappe.