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E non finiscono più. Scale basse, scale lunghe, scale storte, capocciate su un muro che ti immagini dritto invece sale di traverso perche’ sei nella cupola.

Salire la cupola di San Pietro è cosa da affrontare con calma, ogni scalino ha la sua storia da raccontare. Per rendere i passaggi più difficili un pelo più facili, i vecchi passaggi sono stati sostituiti da moderne scale in acciaio. Ma la storia è li, sotto i tuoi piedi, sotto i 537 scalini da fare una volta in una direzione, una volta nella direzione opposta, se vuoi uscire e tornare a casa.

Lungo i muri, targhe che ricordano i personaggi famosi che hanno, forse, arrancato fino alla cima, pur di ammirare uno dei panorami più amati al mondo.

Stasera mi sono rimesso a guardare le foto che ho scattato durante una delle mie incursioni romane.

La Basilica è cosa conosciuta e stra-fotografata. Ovviamente anche io non ho risparmiato il numero di click.

Quello che però raramente ho visto fotografare sono la fatica per salire quei gradini, il mazzo che la gente si deve fare e tranne i pochi allenati, tutti arrivano con un bel fiatone.

Ho pensato a questo, alla salita che nessuno fotografa, ma che tutti vogliono fare, almeno una volta.

le info sulla cupola, le trovate qua

Dove va?

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La scala

Giovanotto, senta ‘n po’.

Dica, posso esserle utile? Che succede?

Giovano’, siccome ce vedo poco, me po’ di’ che ce sta’ lassù?

Lassù dove?

A Giovano’, quella cecata e mezza sorda so io; te sei giovane, ancora t’areggi in piedi; se dico lassù, è lassù, in cima alle scale.

E che ne so’, signo’, la scala è lunga, la salita è tanta, mica lo so’ che ce potemo trovà in cima a tutti sti scalini. Io nun ce so’ mai andato prima.

Seee, vabbè, e mo’? Che volemo fa’? Se sparamo tutta sta salita solo pe vede’ che ce sta? Io so’ vecchia è pure stanca.

Se po’ sempre fa un tentativo. Magari nun trovamo niente, o magari, trovamo tutto. Sempre mejo de resta’ cor dubbio.

E nun lo so giovano’. Ce so’ voluti tutti st’anni, ma ancora nun ho capito quello che vojo. Ce sta’ tanta de quella nebbia che me so persa per strada da un pezzo. So’ solo che sta vita me sta stretta e dopo tutti st’anni a fa avanti e indietro dar quinto piano, ‘ndo abito, vorrei quarcosa de piu’, quarcosa che me faccia torna’ il sorriso. Quarcosa che me dia la voja de vive e la forza pe anna’ avanti n’artro po’ de anni.

Signo’, io nun lo so’ se je posso fa torna’ il sorriso che cerca, ma potemo fa ste scale insieme. Male che va, c’e’ sempre quel raggio de sole in cima. E’ sempre meglio der bujo che ce circonda. Me dia quella busta, che me pare bella pesante. Je la porto io. Come m’ha detto che se chiama?

Liberamente tratto da ‘dialoghi insensati di un Unicorno ubriaco’.