Il viaggio

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Partenza, Roma.
Ho tutto un itinerario in testa. diciamo circa 600 chilometri.
La moto è pronta. Pieno fatto. Lucida, filante, pronta a mangiare l’asfalto.
La mente ha sfornato un itinerario splendido. Tante cose insieme.
All’inizio pensavo qualcosa di mare, ma non mi basta. Serve qualcosa di più. Molto di più.
Ecco, si è accesa la lampadina. C’e’ il programma, quello giusto. Quello veramente giusto.
La moto fila, senza esagerare, sembra sapere la via senza che nessuno gliel’abbia detta; il motore suona un concerto.
Moto, strada, una bella giornata, non troppo calda, la temperatura giusta. Delle nuvole bianche in cielo. Niente vento. Spengo il cellulare. Oggi voglio stare qui.
Direzione Mare, quello Adriatico. Senigallia.
Voglio pranzare li; ho voglia di un ristorantino sul lungo mare, qualcosa di familiare, che sappia accogliere e coccolare chi si affaccia alla sua porta.
Un pasto a base di pesce mi attende, mi chiama, speriamo anche il dessert, quello che desidero da tanto troppo tempo.
Due braccia mi riportano alla realtà. Sto guidando questa moto fantastica. Non devo distrarmi, i chilometri da fare sono tanti. Quelle braccia sono intorno a me e si tengono strette.
Orte, Spoleto, stiamo attraversando l’umbria.
Fino ad ora poche curve, solo il tratto tra Terni e Spoleto, un’inezia.
Il bello deve ancora venire, quando abbandonerò la Flaminia a Osteria del Gatto e inizierò ad accarezzare le strade secondarie verso Sassoferrato, poi verso San Lorenzo in Campo. Ad Arcevia potevo scegliere di andare direttamente a Senigallia, ma la variazione al tema ci sta’ tutta. Sono nelle terre dei miei genitori. Ricordi di corse nei campi salgono alla mente. Ricordi lontani e meno lontani. Qui ci sono i fratelli di mia madre. Ma non sono qui per loro. Dovranno aspettare. Rallento. La strada non è difficile, sono i ricordi che mi affollano la testa a rendere difficile la guida. Salgo a Castelleone di Suasa, punto lo sterzo verso Corinaldo. La strada percorre la collina accarezzandola e mi porge la bellezza pura di un mondo a cui sono legato mani e piedi. Le mura fortificate perfette di Corinaldo strappano una lacrima. Quelle mura che conosco fin troppo bene. Mi mancano. Mi mancano come l’aria che respiro.
Ora scendo verso il mare. E’ ora. E’ la’ in fondo. mi aspetta.
E’ … ora. Una voce mi chiama, mi sembra di sognare.

Mi chiama, cazzo no, mi chiama, mi chiamano, devo salire in ufficio. Sono le nove, è ora di andare a lavorare. Mi volto e ho gli occhi gonfi. Ero partito di testa e di spirito. Sono partito di testa e di spirito. Ora guardo il cancello sotto l’ufficio e le macchine parcheggiate. Uno sconforto mi sale. Mi sento in prigione. Salgo le scale lentamente. … Andiamo a lavorare.

Il tempo passa

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Ti rendi conto delle cose che ti perdi per strada.

Realizzi che i mila sogni che avevi accumulato non riesci a realizzarli. Anzi, li vedi allontanarsi senza speranza.

Cerchi di trovare una via, un percorso, un sentiero che ti dica come procedere. Piano piano cerchi di selezionare qui sogni che forse hanno più senso e lasci indietro gli altri sperando in un flash.

Ma come fai a stabilire quali sono quelli importanti e quelli che puoi lasciare indietro? Come fai a stabilire chi vive, chi muore?

 

3.44 AM

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Blog, Le notti degli Unicorni, pensieri

Non esiste un momento buono per il neurone battitore.

Quando scatta, scatta e può essere mezzogiorno o mezzanotte, non ci sono santi, finisce la pace.

Di giorno chi soffre di neurone impazzito lo vedi subito: sguardo assente, faccia distaccata, pensiero lontano.

Di notte, chiusi nella propria casa, certe espressioni sono protette dal buio, dalla mancanza di luce.

Il neurone corre, non si riesce a fermare, a parte le fucilate. E non sempre.

Nascono idee, si rimugina su quello che è e che sta divenendo. Il mondo si allontana e noi si entra in un’altra dimensione.

Chi la vive con i propri incubi, chi con i propri psichiatri chi con i propri unicorni. Che sono anche parecchio rumorosi, devo dire.

Ognuno porta la sua borsa.

E qualche volta se ne esce con incubi ancora peggiori della partenza.

Nel mio caso ni, ne no ne si, ma ni. Ne esco con un sonno della madonna e nuove idee e nuove follie da mettere in campo. 

Proprio normale non sono. Ma questo già lo sappiamo.