Villaggio dei Pescatori – Fregene

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Nelle mie peregrinazioni, mi capita di imbattermi in posti che non conosco, che mi incuriosiscono.

A nord di Fregene, un piccolo lembo di case prima che inizi il niente. E’ conosciuto come il Villaggio dei Pescatori, piccole case, a ridosso della sabbia, a due passi dall’acqua.

Capitarci di mattina presto, nel periodo alla fine dell’inverno è cosa buona. Non c’e’ nessuno, fa abbastanza freschino e la gente non esce, resta sotto le coperte ancora un po’.

Il riferimento me lo aveva dato un amico, non mi ricordo se il giorno prima o chissà quando. Solo che ogni riferimento diventa un programma, un progetto. Tocca vedere, verificare, calpestare, saggiare, controllare, fotografare. Macchina al seguito, la Bessa, carica e pronta, via.

Un momento, breve, di relax, fuori dall’universo, solo io, il mio piacere di scattare, una spiaggia lunghissima e deserta. Lo sapete, il mare non è la mia prima scelta, ma un ambiente così merita tutta l’attenzione possibile. Poter sentire il rumore degli ingranaggi nella propria testa, quelle formichine che ogni ora, ogni minuto, ogni secondo, girano le rotelle e fanno viaggiare pensieri, dubbi, certezze e tutto quello possa entrare in una zucca marcia come la mia è cosa degna di nota. Nemmeno le cuffie con me. Lasciate volutamente in macchina.

Caschetti

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Sono fuori. Le sei hanno suonato e il desiderio di aria e luce si è fatto realtà.

Non sono sicuro di quale direzione prendere, ma in fondo chi ha la certezza della strada da percorrere.

Intanto andiamo alla fermata, vediamo cosa offre il menù. Due minuti. Vedo la bestia in lontananza. Di fronte, quella ragazza, magra, scarpe da ginnastica, capelli a caschetto, desidera il mondo. La guardo un attimo, lei alza gli occhi su di me. Un attimo, tutto è finito.

Arriva il tram, cazzo, pieno più del solito. No, assolutamente no, oggi non sono dell’umore adatto per far parte del magico mondo delle scatole di filetti di sardina.

E invece arriva pure il 19. Non è la mia linea ma neanche ci penso e sono a bordo.

Sì va a San Lorenzo. Prendo il vociofono, vediamo quanto tempo mi serve per attraversare San Lorenzo. Vorrei scendere al Verano. Servono venti minuti. Si può fare.

Ma il programma cambia. Scendo prima. Un murales ha acceso le lampadine, due figure che si baciano. Scatto due foto veloci. La macchina è sempre pronta. Sento gli occhi addosso di un paio di guardie.

Ripongo la bimba e entro a San Lorenzo. La musica nelle orecchie. Percorro vie fatte mille volte, ma sempre nuove. San Lorenzo è parte indiretta della mia storia passata.

Non voglio uscire di qua, no, devo muovermi, non posso stare fermo.

Un flash: accanto mi possa velocemente un altro caschetto. Un vestitino striminzito che a malapena si regge.

Serata di capelli a caschetto questa.

Un pensiero mi passa tra i neuroni:

Scatto foto e poi associo un pensiero già confezionato o al pensiero pronto cerco di associare un immagine. Un lenzuolo sventola  sulla facciata di un palazzo. Sembra indicare la via.

È solo che sono due giorni che faccio considerazioni su considerazioni.

Scattiamo. Il treno mi aspetta.