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Salita all’Aventino

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Come la racconto

Sto preparando questo viaggio. Oggi, mentre mi facevo la mia passeggiatina di due ore e quaranta da una parte all’altra di Roma, stavo pensando a come raccontarlo e soprattutto se raccontarlo.

Non sono il tipo da vlog, da video a ogni passo. Youtube è strapiena di video,a dopo un po’ mi sembrano sembrano tutti uguali, parecchi pure piuttosto infantili. E nemmeno sono dell’idea di mettermi a pubblicare su Instagram o su qualche altro social foto e messaggio delle mie peripezie. Dovrei riaprire un po’ di account e non ci penso proprio.

Leggo spesso che tanti viaggiatori portano con se un taccuino o un diario o quello che è su cui appuntare note, sensazioni e sentimenti di quanto stanno vivendo. Questa probabilmente sarà la via che intenderò percorrere.

Amo la fotografia anche se abbiamo un litigato: ultimamente non scatto ne molto ne con soddisfazione. Magari metto insieme le foto per raccontare (dopo!) il mio viaggio. Forse. Foto e appunti, potrebbe essere un’idea.

Altro dilemma: digitale o pellicola; digitale + batterie + Memory Card. o Analogica + scorta di pellicole.

La prima, sicuramente, mi permetterebbe di scattare quanto voglio, basta avere SD e batterie cariche. Al rientro le foto sono bell’e pronte. La seconda richiede più attenzione: non posso portare rullini a nastro quindi ogni scatto dovrà essere soppesato prima del fatidico click. Poi dovrò svilupparle. Fare ogni passaggio con precisione, pena la perdita di frammenti preziosi.

Gli appunti: ecco, un bel dettaglio. A me piace scrivere. Un quaderno lo porto di sicuro. Col senno di poi, considerando quando ho scritto quest’articolo che poi è rimasto tra le bozze, ho preso anche una stilografica, non per scrivere, ma per vergare.

Questo viaggio è importante, probabilmente la maggior parte resterà solo tra i miei pensieri. Soprattutto sono dell’idea di fregarmene di raccontarlo centimetro per centimetro quanto più godermelo al meglio. Gli altri avranno qualche indicazione, degli sprazzi, tutto il resto sarà dentro la mia testa.

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Bau

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Ma che problema avete?

Ormai non c’è articolo dove non trovi qualche attacco violento contro questo o quel personaggio, da nomi famosi al vecchietto più tranquillo e sereno.

Attacchi violenti, minacciosi che cambiano la visione che uno ha della gente che ha intorno, che già non è che brilli per punteggio così alto.

Attori minacciati di morte sui social, sempre sti social anche se non solo loro, per il personaggio da loro interpretato in questo o quel film.

Minacce contro gente che fa solo il suo lavoro solo perché cerca curare gente.

Minacce a persone qualsiasi che nulla ha fatto se non trovarsi sulla linea di pensiero sbagliata dello spostato di turno.

Se poi vai a chiedere il motivo di tutta questa rabbia, magari ti aspetti un motivo serio, robusto con basi solide.

No, nemmeno per sogno.

I motivi sono inesistenti, infantili, campati per l’aria, spesso nati da interpretazioni errate e incomplete, altrettanto spesso totalmente fantasiose e inventate, male interpretate e lette una pagina si e una no amplificate da circuiti che hanno solo da guadagnarci, mandate giù solo perché è più facile prendere per oro colato la prima trojata che ci arriva sotto la foto della tettuta o palestrato di turno senza accendere un neurone scalcagnato e annoiato che dia fuoco almeno a un un misero punto interrogativo.

In pratica ora, per sentito dire, dovrei uscire di casa e andare a picchiare il pasticciere che sta lavorando per i dolci di domani perché mio Cuggino che ce lo sa e che lavora a LIBIEMME dice che la farina con cui vengono fatti i dolci contiene pezzi di hard disk marziani che ci vengono inseriti per controllarci tutti e spegnere il 5G e farcelo diventare più piccolo. Vabbè, io dal pasticcere ci vado ora, ma solo perché fa’ delle bombe piene di crema da paura.

Senza motivo, senza ragionamento, senza base, senza nulla. Sfogarsi contro il primo che capita per scaricare la poca capacità di farsi pippe in proprio.

Un suggerimento: aprite un cassetto, ci mettete o la testa o le palle (se le avete) dentro e chiudete con tutta la forza che avete. Ripetere più volte.

A bocce ferme, quello che vedo è che il problema sta deflagrando. Sembra uno scenario dell’Alba dei Morti Viventi: tocca sopravvivere contro orde di decerebrati che di umano hanno ben poco, le scarpe, forse!

A forza di politicamente corretto, nemmeno si può tirare fuori un bel tortore e usarlo fino alla sua rottura fisica. Quella mazza da baseball che coccolo e tengo sempre con me quando faccio il mio lavoro informatico servirà pure, prima o poi.

Eppure gli ingredienti sono a portata di mano: il rispetto dell’altro, che tra l’altro richiede pochissimo, un minimo di elasticità mentale senza guardare cosa significhi “elasticità mentale” sul primo social di turno, un filo di analisi su ogni cosa che ci arriva, cercare la somma non la differenza tra quello che abbiamo noi e quello che ha chi abbiamo davanti. Niente, è così difficile?

Eppure, al ristorante cinese non andiamo in cucina a dar fuoco al cuoco perché cucina cose diverse dalle nostre, ha gli occhi di una forma diversa e vive anche la sua vita in modo diverso (in termini di valori, di motivazioni di esistenza, di educazione e cultura) e lo stesso non facciamo quando entriamo in un ristorante Africano, anzi, ammazza come MAGNAMO tutto quello che ci mettono sotto il naso e spesso non sappiamo nemmeno cosa se stamo a MAGNA’!

Boh!

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Ma Natale?

A girare per Roma il dubbio si affaccia.

Per inciso, parlo delle zone che frequento, quindi potrei anche anche sbagliare.

Poche luci, molte zone buie, finestre anonime. Il Natale è in altri lidi. Oggi se ne parlava, stasera, camminando, l’occhio è più attento: Confermo la pochezza di festività. A parte qualche negozio per lo più Cinese, tutto il resto potrebbe essere datato 5 ottobre, 3 marzo, un giorno qualsiasi lontano dalle feste.Non c’è nulla.

Il Covid? Siamo stati troppo al chiuso? Una rabbia strisciante che si affaccia? Tutti Nervosi? Gab, suggerisce che parte di questo nervosismo potrebbe anche essere un effetto del vaccino, non so ma di certo, vaccino o no, qualcosa che non quadra c’è.

L’unica cosa che ci ricorda che siamo a dieci giorni dal Natale è un traffico totalmente fuori controllo.

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Una gita scolastica

Pupi Avati anticipa il viaggio.

La trama ve la andata a leggere direttamente su Internet e se cercate, trovate anche il film in streaming. Quello che sto facendo io tra la manutenzione di un server e un altro.

“Laura fu l’ultima a partire una mattina dell’estate dell’altr’anno. Fu l’ultima a partire e attraversò boschi e risalì sentieri prima di raggiungere gli altri poi finalmente furono tutti nuovamente assieme e seppero che non mancava nessuno. Nessuno era rimasto indietro a ricordare così quella loro gita poté essere dimenticata per sempre.”

Mancano ancora 150 giorni e spicci.

spiluccando la guida ho trovato questo riferimento e non me lo sono fatto scappare. Un film dell’83… probabilmente diro’ “Mado’, che palle!”, ma intanto me lo vedo. Avati è un genio e merita soprattutto seguendo il filo che si sta dipanando verso la meta progettata.

https://www.raisport.rai.it/dl/raiSport/media/Club—Una-gita-scolastica-74923061-3eb7-4b69-9ec4-79a1c6281b68.html

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E ditelo!

Alla fontanella, per sciacquare i bastoncini, un ciclista allarmato,intento nella pulizia della sua bici, mi guarda e fa: hai la faccia coperta di sangue, che ti è successo? Fai attenzione.

Perche’ stargli a dire che ho seguito i sentieri dei cinghiali pur di trovare una soluzione al fatto che il percorso che avevo in mente di fare era interrotto per una frane che si è portata via un costone di parete costringendomi a tentativi vari tanto che il GPS ha bussato chiedendo quale fossero le mie intenzioni?

A proposito di bici, a pensarci bene, quando tornavo io, la biga era grosso modo un blocco informe di fango con un qualcosa che si muoveva sopra altrettanto informe e sporco. La bici non va lavata, va leccata!

Torniamo a noi; Il problema di base è che i cinghiali sono più bassi di me, larghi uguali e dopo ore di cammino, profumati uguale. Io non ci passo attraverso i loro varchi se non lasciando pezzi di me stesso come ricordo.

In origine dovevano essere solo 8 chilometri. Alla fine sono diventati 12. Insomma, ho fatto qualche avanti e indietro più del dovuto. Due passi in più.

Partenza: Kaisra, o per meglio dire Caere! Per la precisione, Porta coperta!

Viaggetto col Tardis.

Fine: Se il Signor Marchese Patrizio Patrizi di Giovanni vuole, arrivo 3 ore e mezzo dopo la partenza innanzi la sua meravigliosa magione, in quel di Castel Giuliano e si ritorna quindi alla storia della fontanella.

Nel mezzo un po’ di tutto:

un guado (nulla di trascendentale, non ho guadato il Gange, per intenderci),

3 cascate una più bella dell’altra,

2 cascate saltate causa frana (che richiederà un ulteriore giro con correzione per giungere al top di 5 cascate tutte assieme),

1 incontro ripetuto a iosa con degli scouts con cui ci si divideva il percorso tra un passaggio e l’altro; mi guardavano proprio strano: avranno visto un cinghiale con due gambe e uno zaino?,

X gente a passeggio con figli e cani (quest’ultimi più educati dei primi: un bau almeno te lo fanno, gli altri un saluto manco morti che non c’è cosa più bella tra gente che va per campi),

X ciclisti, con le E-Bike (bleah, discorso improponibile vederli ansimare alla minima salitella solo per avere una bici con i chili di batterie in più totalmente lontani dal vero discorso di andare in bici per fossi).

X^10 cinghiali, non visti, ma a giudicare dalle tracce, presenti in ottima e abbondante numero.

NON HA PREZZO: per tre ore e mezzo il cellulare non ha visto la benché minima ombra di segnale.

Insomma, mattinata spesa bene. Poi, pomeriggio, ho finito di tagliare il prato.

Come potete immaginare, ho fatto un’uscitella di trekking, la prima dopo anni e anni. Zaino, borsa idrica, bastoncini, scarpe adatte e via a camminare.

Il progetto Genesis continua.

Ok, ho fatto lo sborone, ma tanto non vi dico cosa ho in mente!

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Chiamate la Neuro

Camminin Camminando, ho fotografato qualche giorno fa una panda coperta di adesivi.

Zona Roma, Lungo Tevere Testaccio.

Tra i tanti, quello più importante porta le insegne del MONGOL RALLY.

E mo’ che e’ il MONGOL RALLY? Tocca verificare.

Dal sito ufficiale leggo che si tratta di una gara non competitiva che attraversa praticamente tutto il continente europeo e asiatico, o comunque una fetta decisamente importante.

La si può fare con la panda sgangherata di 22 anni fa o con la vespetta 125 di antelucana memoria. Le regole sono semplicissime, da svitati totali: macchina vecchia, cilindrata minima, chilometri infiniti, pedalareeeeee.

Che dire… mi è passata per l’anticamera del sala motori l’idea di avventurarmi in una cosa del genere, ma forse sto un filo esagerando.

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Era la Dolce Vita

Oggi, durante i miei pellegrinaggi lavorativi in giro per Roma, sono ripassato a Via Veneto e mi sono fermato un po’ davanti a quello che era uno dei simboli della Dolce Vita.

Ve la ricordate, si, la Dolce Vita? Fior di fotografi scatenati a documentare la bella vita di cui Via Veneto era il centro dell’universo. Tutti i Vip degli anni 60 a spasso per la via, seduti ai tavoli di bar bellissimi. Un’immagina che spingeva la nazione a crescere sempre più.

Ora ci sono le casette di neve…

Qualche passo più avanti, lo scheletro del Cafe’ de Paris, chiuso ormai da anni, parecchi anni, a causa infiltrazioni mafiose, impicci. Di lui ormai solo una scatola vuota piena di mondezza.

Fermarsi davanti alle insegne scolorite dal tempo e a porte chiuse da anni fa pensare.

A peggiorare la cosa, tra una porta e l’altra due cornici con tante foto di quello che era stato il periodo d’oro di questa Via. Persone famose, amate dal pubblico che amavano soffermarsi in questa via.

E da a una parte, ciliegina sulla torta, una targa dedicata a Fellini, colui che ha dato il La alla Dolce Vita.

Il tutto a ricordare fasti che stuzzicano solo i turisti ma che ormai sono morte e sepolte da una storia recente decisamente più brutta.

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Nell’Aldilà

L’anima, all’ingresso del regno dei morti, incontrava la terribile figura di Tuchulcha, mostro con orecchie d’asino, muso d’avvoltoio e capelli di serpente. Giunto alla porta, il defunto era ricevuto da due gruppi di demoni. Il primo era guidato da Charun dal viso deforme che, armato di pesante martello, aveva il compito di condurlo nell’aldilà; l’altro era invece guidato da Vanth, dea dalle grandi ali che, con una torcia, illuminava il cammino nell’oltretomba.